Democrazia Proletaria: la “nuova sinistra” nella Repubblica veramente parlamentare - di Andrea Montagni

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Alfio Nicotra, “L’agile mangusta. Democrazia Proletaria e gli anni Ottanta”, Alegre, pagine 318, euro 16           

Le edizioni Alegre hanno dato alle stampe un volume dedicato a Democrazia Proletaria (Dp), la formazione politica della sinistra italiana nata come cartello elettorale nel 1975, che tenne il primo congresso nel 1978 e l’ultimo nel 1991, quando decise di confluire nel Partito della Rifondazione comunista. L’autore è Alfio Nicotra, attualmente copresidente dell’associazione di cooperazione internazionale “Unponteper…”, che di Dp è stato a lungo il più giovane dirigente, prima locale e poi nazionale.

Conosco Alfio da quando lui, giovanissimo, veniva alle iniziative di Dp e l’ho visto crescere; con lui mi sono spesso incontrato e scontrato nelle riunioni della federazione fiorentina nella palazzina occupata di via dei Conciatori, dove erano le sedi del mio collettivo (il Comitato comunista fiorentino) e quella della federazione di Dp, e poi insieme proprio in Dp. Un ragazzo tenace, gran lavoratore, acuto nelle analisi, determinato nell’agire, inguaribilmente, a miei occhi, demoproletario. Ho preso il libro “sulla fiducia”. E la fiducia è stata ripagata.

Aggiungo che Dp è stato il partito in cui si sono formati o incontrati – una volta i partiti contavano eccome – i delegati sindacali, i militanti politici e i quadri di fabbrica che avrebbero dato vita nel 1984 a Democrazia Consiliare, la prima area programmatica nella storia della Cgil. Tra loro anche chi scrive queste righe.

Non sono molti i saggi e gli studi, financo la memorialistica, su Democrazia Proletaria, e Alfio Nicotra li riporta tutti nella bibliografia (l’opera a più voci e più argomenti “Camminare eretti”, un testo di Gambetta, uno di Massaro, uno di Pucciarelli, qualche saggio su riviste specializzate). Alfio, che ha pubblicato, rielaborandola, la sua tesi di laurea, racconta la vicenda politica di Dp da un punto di vista particolare, per molti versi non comprensibile per chi non abbia vissuto la vicenda politica italiana quando c’era per davvero una Repubblica parlamentare: quella dell’azione dei suoi gruppi parlamentari in Camera e Senato. Alfio vi ricorre per far comprendere al lettore quanto quella chiave di lettura non sia un vezzo o una necessità (perché aiuta a riordinare i fatti e a ricostruire le campagne e le iniziative e la linea di Dp), ma dipenda dal fatto che in Dp era il partito a decidere la linea politica e non il suo gruppo parlamentare, e che – mai citazione di Togliatti fu più efficace nel contesto – il Parlamento e i suoi eletti fossero “lo specchio della nazione”.

Nicotra ripercorre anno dopo anno, legislatura dopo legislatura – compresa quella 1979-83 in cui il partito mancò il quorum e si ritrovò giocoforza extraparlamentare – la battaglia politica di Dp. E sappia il lettore che alcune delle conquiste più importanti sul piano sociale di quegli anni furono il risultato delle campagne anche referendarie di Dp. A cominciare da quella che ritengo più significativa: l’estensione – sia pure in forma meramente risarcitoria - dell’articolo 18 alle aziende sotto i 16 dipendenti (la legge con cui si rispose alla convocazione del primo referendum estensivo in materia). Poi la salvaguardia delle liquidazioni e la chiusura del nucleare in Italia. Dp inoltre fu l’anima del movimento pacifista di contrasto all’installazione dei missili nucleari nella base di Comiso. Ovunque ci fosse una rivendicazione, lì erano i militanti di Dp. Dalla organizzazione degli inquilini, alle prime battaglie lgbtq (allora non si diceva così), alle lotte operaie, sociali e ambientali.

Dal punto di vista culturale e teorico Democrazia Proletaria è stata la formazione che ha ereditato fino in fondo e tradotto sul piano dell’agire politico le culture del ‘68 italiano e dell’onda lunga dei movimenti che hanno caratterizzato il paese, la più innovativa sul piano della comunicazione e dell’iniziativa politica. Ma al tempo stesso la sua ricchezza – la sua modernità si direbbe oggi – è stata anche la sua debolezza: alla fine è stata anche una “federazione” di interessi e priorità politiche diverse che l’hanno dilaniata, dopo che ha rinunciato alla centralità del lavoro come asse della propria politica e della propria identità e non è riuscita a dare una priorità alle molte “centralità”. Fallendo quello che sembrava l’obiettivo raggiunto con il Congresso di Palermo (il quinto) del 1986: “Sempre più la natura di forza marxista e di classe tenta di coniugarsi con ambientalismo, pacifismo e non violenza, critica femminista in una sintesi che sembra reggere, e che dimostrerà solo in seguito le sue contraddizioni interne” (Dalmasso).

E’ quasi una dannazione per tutta la sinistra, non solo per quella “nuova”, del XXI secolo nell’Occidente capitalistico: capace di cogliere le trasformazioni sociali, culturali e antropologiche, di leggerle con la chiave di lettura della critica sociale, ma incapace di tradurle in politica, in azione per la trasformazione, di conquistare il cuore e la testa di milioni di uomini e donne. Ma bando alle ciance e alle disquisizioni d’accademia. Buona lettura e complimenti ad Alfio Nicotra: un ottimo lavoro.

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