Il proletariato globale e sfruttato della “nuova” economia digitale - di Gian Marco Martignoni

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Ursula Huws, Il Lavoro dell’Economia Digitale, Edizioni Punto Rosso, pagine 206, euro 20.

brigativamente e con una visione eurocentrica le trasformazioni economiche e sociali che hanno investito l’Occidente capitalistico sono state descritte come l’approdo ad una società post-industriale e della “conoscenza”, con il ruolo guida affidato all’ascesa di quella che Richard Florida ha definito “la classe creativa”. L’enorme mole dei dati sulle tendenze della nuova divisione globale del lavoro, pur dimostrando che il complesso delle multinazionali si è orientato spazialmente al di fuori prevalentemente dai confini della triade, sia per i lavori manuali che per quelli intellettuali, a partire dalla Cina e poi nelle molteplici periferie del Sud del mondo, non è bastata per smentire questa narrazione a proposito anche di post-fordismo e capitalismo molecolare.

Ursula Huws è una ricercatrice indipendente che, partecipando a varie indagini del Progetto Works dell’Istituto superiore di storia sul lavoro tra il 2005 e il 2010, ha focalizzato i suoi studi sul proletariato occupato su scala globale nelle nuove tecnologie dell’informazione. Ora nel libro “Il Lavoro dell’Economia Digitale” sono raccolti sette saggi che, mettendo a fuoco le condizioni di vita, di lavoro e di sfruttamento del cybertariato, evidenziano la genericità dell’attribuzione del termine ‘lavoratori della conoscenza’ a questo ampio segmento della composizione di classe e che il mondo virtuale non cancella la validità della teoria del valore-lavoro.

La Huws sottolinea come non esista un software senza un hardware, il lavoro virtuale senza quello manuale, allo stesso modo di come Internet non potrebbe svilupparsi senza una infrastruttura materiale collocata fisicamente negli oceani e grazie ai satelliti lanciati nello spazio. Infatti solo il 20% delle 100 più grandi transnazionali opera come società di servizi, ma questa quota è la somma di una serie di processi di mercificazione del lavoro che, per rilanciare la declinante accumulazione capitalistica, ha investito il campo di biologia, arte e cultura, servizi pubblici – per via delle politiche di deregolamentazione neoliberiste -, ma anche la socialità quotidiana, in forme precedentemente impensabili.

In particolare, quanto attiene alla riproduzione della vita quotidiana, che prima veniva svolto nell’ambito domestico, così come l’atto del consumo, ora vengono intermediati da multinazionali che gestiscono le piattaforme digitali, mentre le società di telecomunicazione si occupano profittevolmente dell’interazione sociale tramite una pletora di dispositivi digitali.

Le conseguenze di questi cambiamenti sul piano del mercato del lavoro e delle garanzie contrattuali sono state notevoli, perché il dilagare dell’individualismo ha contribuito a minare quei legami di solidarietà che avevano permesso l’instaurazione del compromesso keynesiano-fordista. Indubitabilmente ha pesato in questo arretramento anche l’indebolimento delle organizzazioni sindacali, un tempo forgiate da identità lavorative tipicamente di mestiere. Inoltre, le categorie dei lavoratori e delle lavoratrici impiegati nelle varie attività di servizio sono assai diversificate, poiché le innovazioni dei prodotti sia materiali che immateriali, o la programmazione dei computer, richiedono l’apporto di una specifica fascia di forza-lavoro creativa per la loro ingegnerizzazione, mentre la standardizzazione delle procedure per il trattamento delle informazioni richiede una massa di forza-lavoro con abilità generiche.

Mentre per la prima coorte di lavoratori le imprese sono disponibili a fornire incentivi, formazione permanente e stabilità occupazionale per incrementare la produttività e i profitti, l’alfabetizzazione digitale sviluppatasi in ogni area del pianeta ha messo a loro disposizione un esercito di riserva globale, flessibile e soggiacente alla logica della precarizzazione dei rapporti di lavoro. Al punto che, con l’espansione del lavoro uberizzato o delle altre piattaforme digitali, la tendenza alla degradazione del lavoro analizzata da Harry Braverman (“Lavoro e capitalismo monopolistico. La degradazione del lavoro nel XX secolo”) si è rivelata più che illuminante.

 

Altresì la destrutturazione delle legislazioni sul lavoro è all’origine della crescente intensificazione dei ritmi, dell’allungamento della giornata lavorativa, dell’introduzione di obiettivi di prestazione, tanto che si è verificato l’incremento del disagio psichico e dello stress anche nei lavoratori stabilmente occupati. Le attività standardizzate non sono solo quelle informatiche a minor valore aggiunto, facilmente delocalizzabili nella corsa al ribasso di salari e diritti, ma anche quelle intellettuali riguardanti ad esempio il mondo universitario. Anche per i docenti universitari si è determinato un preoccupante peggioramento della condizione lavorativa: se le loro mansioni vengono caricate di compiti amministrativi e burocratici, invece le loro conoscenze vengono espropriate con la conversione dei contenuti delle loro lezioni in pacchetti e-Learning fruibili da remoto.

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