Infortuni e morti sul lavoro: andare alla radice del mancato rispetto delle norme - di Gian Marco Martignoni

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Il fenomeno delle morti sul lavoro è purtroppo un fatto doloroso e ricorrente nel nostro Paese. Ogni provincia ogni anno paga il suo prezzo in vite umane, con tutte le ricadute negative per le famiglie colpite da questi drammi quotidiani. Nel 2020, anche in ragione della sindemia Covid-19, le vittime erano state per l’Inail 1.270; nel 2021 sono state 1.221. Per l’Osservatorio dei morti sul lavoro, diretto da Carlo Soricelli, i dati sono decisamente sottostimati, in quanto le morti che si verificano nel mondo del lavoro sommerso e in nero non sono contabilizzate.

A fronte dei dati statistici, bisogna rilevare che solo alcune morti diventano un caso nazionale, “bucando” la prima pagina dei giornali e scuotendo l’opinione pubblica. Nel 2021 è stato il caso di Luana D’Orazio, una madre di 22 anni, apprendista, morta per lo schiacciamento del torace in una azienda tessile di Montemurlo in provincia di Prato. Nel dicembre del 2021 ha fatto clamore a Torino la morte di tre lavoratori, di cui uno di vent’anni assunto con l’apprendistato professionalizzante, per il cedimento della gru in pieno centro. Con il 2022 si è verificata la morte, il 22 gennaio, di Lorenzo Parelli, 18 anni, colpito da una trave d’acciaio alla Burimec di Launzacco in provincia di Udine; mentre il 14 febbraio a Fermo nelle Marche è morto il coetaneo Giuseppe Lenoci, che svolgeva un corso professionale di termoidraulica.

La loro morte ha giustamente provocato la reazione del movimento degli studenti, in quanto entrambi erano inseriti mediante l’alternanza scuola-lavoro nei “Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento”, un provvedimento assurdo, generalizzato dall’odioso Jobs act, voluto nel 2015 dal governo Renzi attraverso la retorica delle “tutele crescenti”.

Ancora, il 23 marzo è morto Massimo De Vita nel porto di Taranto, schiacciato da un telaio d’acciaio che si è ribaltato durante le operazioni di movimentazione; e il 25 marzo a Livorno la stessa sorte fatale è toccata al rider William De Rose, investito da un Suv, perché in quel comparto produttivo il suo destino era, purtroppo, “correre per guadagnare”.

Poiché, dopo le rituali lacrime di coccodrillo, la normalità riprende il sopravvento, si tratta di comprendere quali sono le cause che provocano queste morti, e quali sono gli interventi possibili per determinare l’auspicata controtendenza. Innanzi tutto, la mancata applicazione delle norme sulla sicurezza contemplate nel decreto legislativo n. 81 del 2008 e la ricerca di uno smisurato profitto, implicante la monetizzazione del rischio, sono i due fattori che spiegano abbondantemente la media di 3-4 morti quotidiane.

Prendiamo solo due casi per approfondire la questione nodale del mancato rispetto delle norme. A Torino non vi è stato il cedimento del terreno sottostante alla gru: semmai due dei lavoratori morti erano autonomi, mentre il ragazzo apprendista non avrebbe nemmeno potuto operare su quel cantiere, in quanto poteva essere ammesso solo in presenza di un lavoratore di maggiore qualifica professionale. In pratica in quel cantiere non operava alcun lavoratore dell’impresa che si era aggiudicata l’appalto, mentre le prescrizioni indicate da un addetto specializzato esterno relativamente alla manutenzione della gru non erano state prese in esame dal responsabile alla sicurezza del cantiere.

Nel caso dell’apprendista Luana D’Orazio, i due titolari dell’impresa e il tecnico manutentore sono indagati per omicidio colposo, in quanto sono state manomesse le protezioni anti-infortunistiche del macchinario.

È evidente allora che questi eventi non sono mere fatalità, ma la conseguenza del fatto che il Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione dei rischi (Rspp) non si è attivato ai fini dei compiti che la normativa gli assegna, dato che il documento di valutazione dei rischi (Dvr) si è rivelato pura formalità o più brutalmente carta straccia. Per le caratteristiche del nostro sistema produttivo il ruolo di Rspp può coincidere, previo adeguata formazione, con lo stesso datore di lavoro, o con un incaricato che può essere o interno o esterno (ad esempio un consulente).

Se analizziamo la composizione del tessuto produttivo, giusto per non generalizzare nei giudizi, comprendiamo perché la tanto invocata cultura della sicurezza stenta a decollare. Nelle aziende sopra i 15 dipendenti è prevista, laddove avviene un processo di sindacalizzazione, l’elezione della Rsu e la conseguente nomina del rappresentante alla sicurezza (Rls). Per le aziende sotto i 15 dipendenti la normativa prevede la costituzione degli Organismi paritetici di settore (artigianato, commercio, agricoltura, ecc.) e la presenza in ogni provincia di un rappresentante dei lavoratori per la sicurezza territoriale (Rlst) in rappresentanza di Cgil, Cisl, Uil.

Sulla base dei dati Istat nel 2019 si contavano 4 milioni e 304mila imprese attive, di cui 4,1 milioni sono da considerarsi microimprese (da 0 a 9 dipendenti), che rappresentano il 95% delle imprese complessive, con una media di 3,9 dipendenti per impresa. Questi dati sono eloquenti, poiché la diffusione di una mentalità che giustifica e assolve comunque l’operato dell’imprenditoria italiana in generale, a prescindere dalle evidenti differenze di struttura organizzativa delle imprese (suddivise in microimprese, piccole e medie imprese, medio-grandi imprese) e dai relativi gradi di organizzazione del processo produttivo e dell’assunzione dei rischi, genera un costume, come ha segnalato Carlo Smuraglia nel libro intervista apparso per le Edizioni del Gruppo Abele, che non corrisponde a quello ad esempio dei paesi scandinavi.

Da questi dati statistici si evince la follia della rivendicazione neoliberista del “meno lacci e laccioli per le imprese”, già teorizzata da Guido Carli a metà degli anni ‘70, come pure della mistica dell’imprenditore di se stesso, che contempla inevitabilmente per la sua nuda vita l’assunzione totale di qualsiasi rischio. Oppure di chi, nel proliferare dei subappalti, individua la via breve e facile alla compressione dei costi, dei diritti, ecc., unitamente al dilagare del lavoro sommerso e irregolare, che è la costante di settori ad elevato rischio come quelli dell’agricoltura e dell’edilizia.

Non è un caso che su questa strada si sia teso scientificamente a depotenziare tutti gli organici degli enti di vigilanza (Ispettorato del lavoro, Inps, Inail e finanche i Servizi per la prevenzione e la sicurezza negli ambienti di lavoro previsti territorialmente in ogni Asl), cosicché le imprese sono consapevoli che per una ispezione possono attendere sul piano temporale mediamente un quarto di secolo. Poiché non sono stati banditi concorsi pubblici dal 2006, il mancato turnover ha svuotato gli uffici, per cui lo Stato minimo caro alla concezione neoliberale ha abdicato al naturale ruolo di controllo e prevenzione delle condizioni di lavoro, rinunciando a svolgere quella funzione essenziale di deterrenza contro il ripetersi degli eventi mortali e della diffusa piaga degli infortuni sul lavoro (nel 2021 se ne sono verificati ben 555.736).

Ora che sono stati indetti i concorsi sia per l’Ispettorato nazionale del Lavoro che per l’Inail per circa 2250 persone tra ispettori e amministrativi, è necessario che la pressione costante di Cgil, Cisl, Uil si concentri sul fondamentale rafforzamento degli organici dei Servizi per la prevenzione e la sicurezza negli ambienti di lavoro. Infatti i dati del 2021 confermano che sono state accertate ben 13mila violazioni di vario grado, così suddivise: 43% sorveglianza sanitaria, 22% formazione e informazione, 20% rischio elettrico, 6% mancata valutazione dei rischi. Su 5mila imprese controllate, il tasso di irregolarità è risultato pari all’87%.

Negli anni ‘60 e ‘70 i lavoratori e le lavoratrici si sono strenuamente battuti per migliori condizioni di lavoro, contrattando i ritmi e gli orari di lavoro, l’igiene e la salubrità degli ambienti di lavoro, nonché la riduzione o l’eliminazione dai processi produttivi delle sostanze nocive. A queste lotte dobbiamo la crescita della cultura della prevenzione, con la redazione delle mappe dei rischi, i gruppi omogenei e la non delega della propria salute, contro la monetizzazione a quel tempo assai diffusa dei rischi da lavoro.

È grazie a queste lotte che lo Statuto dei Lavoratori del 1970, all’articolo 9, ha sintetizzato mirabilmente questi avanzamenti sul piano della cultura della Tutela della salute e dell’integrità fisica: “I lavoratori mediante le loro rappresentanze hanno diritto di contrattare l’applicazione delle norme per la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali e di promuovere la ricerca, l’elaborazione e l’attuazione di tutte le misure idonee a tutelare la loro integrità fisica”.

A più di cinquant’anni di distanza da quell’epoca gloriosa, a fronte della frantumazione della forma impresa in quello che è stato definito dal sociologo Aldo Bonomi il “capitalismo molecolare”, i compiti che le organizzazioni sindacali devono affrontare sono tutt’altro che semplici, poiché i rapporti di forza nel complesso della nostra società non sono certamente favorevoli - stante la diffusione di un pernicioso individualismo che mina le fondamenta della solidarietà di classe - mentre sono evidenti le difficoltà che si frappongono alla sindacalizzazione dovute alla nuova composizione di classe del mondo del lavoro.

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