Pagliarulo, Anpi: “Fermare la guerra è un obbligo” - di Frida Nacinovich

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Gianfranco Pagliarulo, presidente dell’Associazione nazionale partigiani italiani, lei è finito sulla bocca di tutti. Quasi non c’è media che non lo abbia citato.

“Non so se si tratti di un onore. Sta di fatto che questa assurda campagna di stampa mi ha reso un personaggio. Cosa che avrei preferito evitare. Ma rientra nel dibattito, per molti aspetti inquietante, di questo periodo di guerra. Mi sono trovato sui giornali come autore di frasi che non ho mai detto. Anzi, ho detto esattamente il contrario”

Comunque il 25 Aprile c’era la fila ai banchetti dell’Anpi per rinnovare o fare per la prima volta la tessera dell’Associazione partigiani. Questo nonostante accuse calunniose che l’hanno ritratta, solo per fare due esempi, come il ‘presidente nazionale associazione putiniani italiani’ (Massimo Gramellini), e il nemico dell’Ucraina (Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera, citando dichiarazioni vecchie di otto anni, quando iniziò la guerra russo-ucraina, nel silenzio dei più).

“Di che cosa stai parlando? Degli ormai famosi post del 2014? Bisognerebbe chiedere a Gian Antonio Stella, a Enrico Mentana, se nel 2014, nel maggio 2014, si sono ricordati di parlare dell’assalto alla Casa dei sindacati a Odessa. Quando i nazifascisti hanno sterminato tutti quelli che erano dentro la sede del sindacato e hanno appiccato il fuoco. Ricordo ancora le foto dei cadaveri carbonizzati all’interno dell’edificio, e di una povera impiegata, incinta, strozzata col filo del telefono. Strano che questi personaggi siano umanitari a corrente alternata”.

Torniamo al presente. Sulle pagine dei media, almeno nei primi sessanta giorni di guerra, non hanno trovato spazio le mille voci della pace che pure hanno affollato la Perugia-Assisi, che hanno colorato di arcobaleno le vie e le piazze delle città in ogni occasione.

“C’è un problema specifico nell’informazione italiana oggi. C’è anche nell’informazione russa. Ma vivendo in Italia mi faccio delle domande. Tutti noi percepiamo che fra le scelte del governo e il pensiero della grande maggioranza degli italiani ci sono differenze. Differenze di cui non troviamo traccia nel dibattito politico-parlamentare. In una realtà se non di guerra di semi-guerra, questo è un problema, grosso. I provvedimenti presi con un’opinione pubblica in maggioranza contraria, diventano nodi che prima o poi verranno al pettine”.

A ben guardare, gli attacchi all’Anpi in occasione del 25 Aprile non sono una novità. È da una ventina d’anni che l’associazione dei partigiani viene tacciata di non essere più al passo con i tempi, divisiva, di rappresentare solo una parte degli italiani.

“Qualche tensione c’è sempre stata il 25 Aprile. Sappiamo anche il perché: c’è un pezzo della politica italiana che nei fatti non condivide i valori e il significato simbolico della festa della Liberazione. Ero a Milano per la tradizionale manifestazione del 25 Aprile, ho parlato in piazza e ho notato che le tensioni erano molto inferiori rispetto agli anni precedenti. Certo, c’è stato un gruppetto di una decina di persone al massimo che ha indirizzato qualche fischio a Enrico Letta. La notizia è stata riportata dai media come se fosse successo chissà cosa. Mentre era un fatto assolutamente marginale, irrilevante rispetto all’imponenza del corteo. Personalmente ritengo che sia stato un errore fischiare il segretario del Pd. In un momento del genere, così drammatico per un’Europa di cui noi facciamo parte, acuire le divisioni non è utile alla causa della pace. È stato un grande 25 Aprile, ha rappresentato un elemento di chiarezza nel dibattito pubblico. Ha confermato per chi usa i media come strumento di provocazione pubblica, che non c’è trippa per gatti”.

Domanda d’obbligo: in punta di dizionario si è fatto un gran parlare del termine Resistenza…

“Se mi chiedono se sia o meno legittima la resistenza Ucraina, io rispondo che si tratta di una resistenza militare, dato innegabile, e che è legittima. Se ci sono un paese che invade e uno che è invaso, è legittimo che il paese invaso si organizzi per rispondere all’invasione attraverso una resistenza armata. Detto questo, i paragoni con altri fenomeni resistenziali sono fuori luogo. Permettimi un esempio di scuola: quando c’è stata l’invasione dell’Afghanistan da parte degli Stati Uniti e dei suoi alleati, nel paese è sorta una resistenza armata. Ma nessuno si sognerebbe di paragonare la resistenza afghana, fatta dai talebani, con quella ucraina. Ancora, quando è stato invaso l’Iraq dalla cosiddetta coalizione dei volenterosi, mi riferisco alla guerra del 2003, si è determinata una resistenza armata, ma nessuno potrebbe paragonarla alla resistenza ucraina di oggi. Non si capisce per quale motivo bisogna forzare il corso della storia e della geografia, paragonando la resistenza italiana nel corso della Seconda guerra mondiale che ha tutt’altre caratteristiche, tutt’altra dinamica, tutt’altra cronologia, con la resistenza ucraina. Sono fattispecie diverse. Unite da un unico fatto, questo è innegabile, e cioè la reazione all’invasione di un paese”.

In Italia la Liberazione dal nazifascismo e la pace furono un tutt’uno. E' per questo che il 25 Aprile è connotato dalle bandiere arcobaleno?

“Era impossibile nell’ultimo 25 Aprile non parlare della guerra in Ucraina. E la posizione dell’Anpi rispetto alla guerra è chiara: al primo punto mettiamo la condanna dell’invasione russa; al secondo la solidarietà con il popolo ucraino che legittimamente resiste in armi all’invasore; infine sottolineiamo l’urgenza di aprire un tavolo di trattative, lo stiamo dicendo dall’inizio della guerra, e continueremo a dirlo. Su quest’ultimo aspetto ci troviamo di fronte a ritardi, timidezze, divergenze. Spetta all’Unione europea promuovere una concreta iniziativa di pace. E l’aver preso la decisione di inviare ulteriori armi agli ucraini ha reso difficile assumere questo ruolo. Per ovvi motivi: se mandi armi a una parte, anche se è giusto farlo, poi è difficile proporsi come terza forza, come interlocutore credibile”.

Papa Francesco non si stanca di ripetere che la guerra è una follia, e che sono pazzi quelli che contribuiscono all’escalation militare. Il quotidiano dei vescovi, l’Avvenire, è diventato un punto di riferimento del pacifismo italiano.

“Non c’è dubbio, le cose stanno così. Se possiamo concederci una battuta, i romanzi di Guareschi con Don Camillo e Peppone, ambientati nel secondo dopoguerra, fotografano bene questa relazione. Non va dimenticato che tante famiglie italiane dichiaratamente di sinistra, fra socialisti e comunisti, avevano un rapporto saldo con la fede cristiana. Questa terribile guerra in Ucraina ha fatto discutere al loro interno molte realtà. Anche il mondo cattolico è diviso: fa una certa impressione ascoltare da un lato le parole del direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, e di tante altre personalità, penso a monsignor Giovanni Ricchiuti, vescovo di Altamura con cui ho dibattuto qualche settimana fa, e le prese di posizione di tanti esponenti politici che pure si ispirano alla dottrina sociale della Chiesa ma portano avanti comportamenti differenti, direi opposti. C’è una divisione nel mondo cattolico, di cui va preso atto e che va guardata con rispetto. Per la verità le divisioni attraversano tutto il campo politico: il centrodestra, il centrosinistra, e perfino la sinistra. Se posso aggiungere un’osservazione, mi preoccupano moltissimo le ripercussioni del conflitto sull’economia. Siamo usciti da due anni di pandemia e ci ritroviamo nel mezzo di una guerra, con conseguenze ancora imponderabili. Il presidente Draghi parla di un bonus generalizzato di 200 euro, una tantum, per le famiglie al di sotto di un certo reddito. Credo sia giusto pensarci, mi chiedo però se questo benefit sia all’altezza di un costo della vita che sta già aumentando in modo considerevole da prima della guerra. E che continuerà a aumentare per la concomitanza di una serie di fattori intrecciati, a partire dall’inflazione, registrata a marzo al 6-7%, per continuare con la scarsità di materie prime, dato che la filiera ucraina e quella russa non saranno più utilizzabili come in passato. Per noi europei sarà un problema grave, ma per i paesi africani e del medio oriente sarà gravissimo”.

Secondo gli analisti, il presidente statunitense Joe Biden vuole fare dell’Ucraina un nuovo Afghanistan per indebolire la Russia…

“La politica del presidente Biden non va nell’interesse dell’Europa. Personalmente credo che non vada nemmeno nell'interesse del popolo ucraino. Lo slogan del ventennio ‘vincere e vinceremo’, ahimè condiviso anche da alcune autorità europee, comporta nella migliore delle ipotesi un nuovo Afghanistan, vale a dire il protrarsi della guerra per moltissimo tempo. Nella peggiore significa un allargamento del conflitto. Un esempio banale: ipotizziamo che un aereo russo sorvoli la Polonia e venga abbattuto. Che succederebbe l’indomani? I rischi della terza guerra mondiale sono reali. Ed è una possibilità che in tutti i modi, a tutti i costi, dobbiamo sventare, se siamo persone responsabili”.

Lei ha detto che alla fine di una guerra non ci sono vincitori e vinti, ma solo superstiti...

“Faccio un’aggiunta: nel caso di una guerra nucleare non ci sono nemmeno i superstiti. Questo è il dramma. Fino all’agosto del ‘45 non si parlava di guerra nucleare. Poi ci sono state Hiroshima e Nagasaki, dove le persone sono diventate ombre sui pochi muri rimasti in piedi. Da quel momento in poi, la guerra atomica è diventato un convitato di pietra nelle relazioni internazionali. L’equilibrio del terrore la escludeva, io non sgancio una bomba atomica su di te perché tu sei in grado di fare altrettanto. Ma da un mese a questa parte, ho la sensazione che questo tabù, questa rimozione, questo pudore sia scomparso. Per cui, sia pur per mezze frasi, per accenni, si parla anche dell’eventualità dell’uso dell’atomica. A questo punto mi vengono in testa le parole di Papa Francesco, quando ha detto: “Pazzi”. E credo sia un termine ben pronunciato in questo scenario”.

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