Il Belgio, la scala mobile e noi - di Claudia Nigro

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Ho avuto la possibilità di partecipare al progetto Discuss – Dialogo sociale in Ue per lo sviluppo sostenibile - corso di formazione rivolto a sindacalisti e sindacaliste di Cgil, Cisl e Uil, teso alla formazione di competenze per la negoziazione dello sviluppo sostenibile. E’ stato un corso particolarmente stimolante, che ha previsto anche una visita transnazionale dal 11 al 15 luglio a Bruxelles. Qui abbiamo avuto modo di conoscere sindacalisti della Fgtb, la Federazione Generale del Lavoro belga, di ispirazione socialista. Durante l’incontro, tenuto a Marcinelle giovedì 14 luglio, il confronto con il sindacato belga ci ha dato la possibilità di sapere che il Belgio è l’unico Paese Ue che garantisce ancora un meccanismo di adeguamento automatico dei salari, per preservare il potere d’acquisto dei lavoratori e delle lavoratrici dipendenti.

Se nel Belpaese, spesso, sembrerebbe quasi azzardato o anacronistico tornare a parlare di “scala mobile”, in Belgio è previsto un sistema di sicurezza sociale che prevede, alla crescita dei prezzi, un aumento automatico in busta paga, ovvero se i prezzi al consumo salgono a un certo livello, i e le dipendenti pubblici, pensionati e pensionate, disoccupate e disoccupati beneficiari di un sussidio ricevono un aumento automatico pari al 2% del loro reddito.

Di fatto è uno strumento che somiglia molto alla scala mobile in vigore in Italia nel secolo scorso, che vide un primo taglio attraverso il cosiddetto decreto di San Valentino del 14 febbraio 1984, e poi la sua completa eliminazione nel 1992 con la decisione storica del governo Amato. Venne sostituita dalle sole politiche contrattuali, che non sono riuscite nel tempo a sostenere il potere d’acquisto dei lavoratori e delle lavoratrici italiani: dal 1990 a oggi l’Italia, calcola l’Ocse, è l’unico Paese in cui le retribuzioni medie lorde annue sono diminuite: meno 2,9% in trent’anni rispetto al +276,3% della Lituania, il primo Paese in graduatoria, al +33,7% in Germania e al +31,1% in Francia.

Nella direttiva sul salario minimo, che lo scorso giugno insieme Commissione, Consiglio e Parlamento europei hanno approvato, si parla di “Automatic indexation”, ovvero di un meccanismo atto a garantire un salario che non scenda al di sotto di una soglia, della decenza e della sopravvivenza.

Anche nel caso in cui l’Italia decidesse di adottarla solo per i minimi retributivi (e quindi non per l’insieme delle retribuzioni), si potrebbe porre un problema di equità, soprattutto in un momento come quello attuale, in cui il potere d’acquisto è più che mai ridotto a causa dell’inflazione, dato che l’indice al quale sono agganciate le retribuzioni per la valutazione, l’Ipca, è più che mai in difficoltà dal momento che non tiene conto degli aumenti dei beni energetici, proprio quelli che negli ultimi mesi sono esplosi, trascinandosi dietro tutti gli altri prodotti.

Come in Italia, anche in Belgio, i primi a chiedere la sospensione del meccanismo sono stati gli imprenditori e le associazioni di categoria dei datori di lavoro. Le aziende in Belgio vorrebbero un’esenzione di un anno dell’adeguamento, in modo da evitare di dover aumentare nuovamente i salari. Ciò ha innescato un intenso dibattito tra i politici belgi sull’opportunità o meno di riformare o abrogare in toto l’adeguamento automatico. Tuttavia, come ci hanno spiegato i sindacalisti della Fgtb, il governo finora ha evitato di prendere parte al dibattito, e il partito socialista belga e il partito del lavoro del Belgio si sono duramente opposti a questa ipotesi.

Tornando a noi, il “sistema lavoro” italiano, negli ormai 40 anni che ci separano dagli anni ’80, ha vissuto una fortissima involuzione, che ha prodotto un progressivo e sistematico peggioramento delle condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici italiani. Non solo sono stati privati di un qualsiasi meccanismo che potesse consentire loro di percepire salari dignitosi nel rispetto della nostra Costituzione - laddove l’articolo 36 recita: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro, e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” - ma anche sottoposti ad una atomizzazione precarizzante capace, almeno fino ad ora, di impedire o ridimensionare qualsiasi consapevolezza dei loro interessi di classe.

Il XIX congresso della Cgil, che ci accingiamo a svolgere, dovrebbe affrontare soprattutto questo: il progressivo e inarrestabile peggioramento delle condizioni materiali di vita, e la necessità vitale di recuperare un ruolo centrale per il mondo del lavoro, che passa inevitabilmente per il recupero di diritti sociali, tra i quali anche un meccanismo di adeguamento automatico dei salari, diritti individuali, e il ritrovamento di un’identità di classe perduta.

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