Emergenza sanitaria in Veneto: da presunto modello virtuoso a maglia nera nel Paese - di Paolo Righetti

Quasi 100mila positivi, più di 3mila al giorno, il peggiore Rt; 3.500 ricoverati di cui 400 in terapia intensiva solo per Covid; una media di 100 morti al giorno in crescita negli ultimi giorni, più di 7mila dall’inizio della pandemia, oltre 4mila solo da ottobre; 200 focolai nelle Rsa; il blocco delle attività ordinarie, che rischia di estendersi anche a quelle urgenti. Sono i dati drammatici della grave situazione di emergenza epidemiologica e sanitaria in Veneto.

Al di là di una narrazione forzata e superficiale, costruita ad arte sul piano politico e mediatico, del Veneto come modello virtuoso nella gestione della pandemia in primavera - anche allora non era andato tutto bene – perché in autunno la regione manifesta la situazione peggiore?

Tra i fattori principali ci sono i messaggi irresponsabili del “liberi tutti”, del “virus clinicamente morto” e i diversi provvedimenti di allentamento delle misure di prevenzione che hanno caratterizzato i mesi scorsi, in Veneto alimentati, sostenuti e declinati anche sul piano normativo.

Ha influito negativamente il mantenimento in questi mesi del Veneto in zona gialla, collocazione condizionata da dati molto discutibili sulla reale disponibilità di posti letto di terapia intensiva. Un approccio comunque sbagliato e controproducente che, invece di rafforzare a monte le misure di riduzione del contagio, puntava tutto sulla risposta delle strutture sanitarie a valle.

Poi, anche nell’efficiente Veneto, è saltato presto il sistema di tracciamento e permangono gravi carenze nell’assistenza territoriale, domiciliare e residenziale, per i pazienti Covid e per quelli con patologie impattanti, per gli anziani e non autosufficienti ospiti delle case di riposo, come per le persone in condizioni di fragilità sanitaria, psichica e sociale. E questo nonostante nei mesi scorsi siano state stanziate alle Regioni dai vari decreti governativi risorse importanti e straordinarie, proprio per il rafforzamento delle strutture ospedaliere, dei sistemi di screening e tracciamento, dell’assistenza territoriale. Interventi peraltro non attuati o realizzati solo parzialmente, basti pensare al rischio di collasso in alcune strutture ospedaliere, e alle forti criticità nelle strutture territoriali e nei servizi assistenziali.

A fronte di questa situazione, Cgil Cisl Uil del Veneto hanno riattivato il 4 gennaio un confronto urgente con la Regione, sostenendo innanzitutto la necessità improrogabile di un periodo congruo di adeguate misure restrittive, già sollecitato dalla Cgil fin dal 28 ottobre. Un provvedimento che deve essere generalizzato: sarebbe assolutamente inefficace chiudere solamente le scuole superiori fino al 31 gennaio, come ha già deliberato Zaia, e tenere aperto tutto il resto e fare pressione per una riapertura ravvicinata delle piste da sci, delle palestre, etc.

E’ un provvedimento indispensabile per evitare un incremento ingovernabile della pressione sulle strutture ospedaliere e sulle Rsa, perché la tutela del lavoro non può essere in contrapposizione con quella della salute, né può esserci una ripresa produttiva e occupazionale forte e strutturale in una condizione di grave continuità dell’emergenza epidemiologica e sanitaria.

Poi c’è la riattivazione e il rafforzamento dei percorsi di screening, tracciamento e isolamento: ripristinando per tutti gli operatori socio-sanitari l’utilizzo del tampone molecolare al posto di quello rapido, meno affidabile e rischioso in un ambito così esposto e fondamentale per contrastare la diffusione del virus; predisponendo immediatamente strutture dedicate alla gestione di pazienti positivi sia per tutta la popolazione, sia specifiche per gli anziani delle case di riposo.

E’ stata ribadita la necessità improrogabile di un incremento urgente di personale in tutte le strutture e i servizi, anche con modalità straordinarie da valorizzare poi per un inserimento organico e stabile. Condizione necessaria per gestire meglio attuali e future emergenze epidemiologiche, e per iniziare un percorso programmato di rafforzamento strutturale del Sistema sanitario e socio-sanitario pubblico, in particolare dei servizi e dell’assistenza territoriale. A partire dal rifinanziamento strutturale del Ssn, invertendo la rotta di anni di tagli lineari e progressivi e ridando centralità assoluta al sistema pubblico, da un incremento programmato e adeguato dei percorsi formativi di base e di specializzazione, e dalla garanzia di accesso universale e omogeneo ai servizi e alle prestazioni su tutto il territorio nazionale, stoppando la deriva dell’autonomia differenziata che continua ad essere riproposta.

Il rafforzamento del Sistema socio-sanitario pubblico è la prima delle priorità su cui vincolare una parte importante del Recovery Fund e dei futuri provvedimenti nazionali, recuperando ulteriori risorse con nuovi strumenti di tassazione dei grandi patrimoni e con una maggiore progressività fiscale. 

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