L’uguaglianza nello sfruttamento - di Maurizio Brotini

Marx aveva stabilito una continuità tra la schiavitù antica, la servitù medievale e la moderna “schiavitù salariata”. Continuità e compresenza, non sviluppo e sostituzione, nonostante l’affermazione che “la schiavitù diretta è il perno dell’industria borghese”. La stratificazione di forme di lavoro “inferiori” conviveva funzionalmente con il lavoro salariato di fabbrica, che era per il dislivello di potere strutturalmente precario. L’identificazione del precariato come una classe separata dal proletariato è storicamente, teoricamente e politicamente fuorviante.

Il proletariato era un precariato finché non si è organizzato, fino a quando non ha creato sindacati, partiti socialisti, comunisti, del lavoro. Ce lo ricorda la cosiddetta “Global Labour History”. Marcel van der Linden, pioniere di questo filone di ricerca, ha messo in evidenza la compatibilità del capitalismo con forme di lavoro coatto, insicuro e non protetto: dal lavoro salariato al lavoro autonomo, domestico, riproduttivo, alle varie forme di lavoro di cura e di sussistenza, fino alla stessa servitù e schiavitù.

Benché si sia pensato, nell’Occidente dei Trenta Gloriosi, all’idea di un percorso lineare verso l’affermazione generalizzata del lavoro salariato libero (e a tempo indeterminato), l’autore ha verificato nell’analisi storica l’adattabilità del capitalismo a varie forme di lavoro eterogenee. E ha rimarcato i confini sfumati tra salariati “classici” e altre lavoratrici e lavoratori, accomunati da una condizione di subalternità. Ne deriva una definizione estensiva di subaltern workers, che rifiuta la contrapposizione dicotomica tra proletariato e sottoproletariato. Questo non solo nei paesi coloniali o ai margini del sistema-mondo, ma al centro delle stesse cittadelle del capitalismo egemone.

Gli stessi studi sulla presenza del precariato nella storia d’Italia hanno dimostrato come sia stato una costante per tutta la fase post-bellica e del boom economico. E’ stata la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici, dei sindacati e della sinistra politica, socialista e comunista, con capacità egemoniche sulla matrice popolare della Dc, che ha permesso per una breve stagione la centralità del lavoro a tempo indeterminato con il divieto per legge dei licenziamenti discriminatori (per ragioni di militanza politica e sindacale nei posti di lavoro).

Il Jobs act di Matteo Renzi chiude un ciclo sociale e politico, dove la forza del Lavoro era già stata ampiamente disgregata e vinta nei luoghi di lavoro, pur resistendo ancora nella legislazione. La chiusura di quel ciclo ci riconsegna la necessità di indagare le concrete stratificazioni del lavoro, le forme ibride, il lavoro grigio ed informale, la disoccupazione di massa, la precarietà come caratterizzanti nuovamente la maggioranza della forza lavoro. Indagare, fare inchiesta, organizzare, cambiare per poter accogliere non paternalisticamente o burocraticamente nuove e diverse generazioni di classe lavoratrice.

Una delle grandi sfide che abbiamo di fronte è che il proletariato precario di oggi, molto più istruito che nel XIX secolo, possa non solo organizzarsi e sviluppare il suo quadro di organizzatori, ma che questo processo avvenga dentro, e non fuori o contro, il sindacalismo confederale. Un proletariato precario che include molte persone che sarebbero state definite come l’intellighenzia e come classe media. È urgente che i sindacati, nei Paesi capitalisti maturi, diventino di nuovo organizzatori della odierna composizione materiale delle classi subalterne, lavorando altresì a rivitalizzare o fondare partiti che condividano tale scopo.

La classe è sempre stata la risultante di un processo di soggettivazione che trovava nel conflitto e nella mobilitazione il suo crescere e consolidarsi. Quello spirito di scissione rispetto alla subalternità al primato dell’impresa, e alla carità pelosa della borghesia caritatevole che Antonio Gramsci riprende e valorizza dall’anarcosindacalismo di Sorel.

Lo sciopero (generale e non e tutte le mobilitazioni) non è solo uno strumento della lotta economica, ma è la modalità con la quale si ridefiniscono i confini del campo di appartenenza, aumentando le differenze dal campo avverso e diminuendo quelle tra gli appartenenti al proprio. Dare nome agli amici e ai nemici è farli emergere dalle potenzialità della diversa e contrastante condizione sociale. La classe vive e si definisce grazie al conflitto ed alla mobilitazione sociale.

Un grande sindacato confederale come la Cgil, apprestandosi alla propria Conferenza di Organizzazione, ha l’occasione - e l’onere - di proporre al campo del Lavoro un nuovo orizzonte di riunificazione, che parta dalla materialità delle condizioni di lavoro. Una proposta che individui un perimetro di rappresentanza che vada ben oltre chi è uscito dai processi produttivi o chi continua a godere di una sostanziale stabilità. Una proposta sicuramente difficile, complessa e ambiziosa, ma assolutamente necessaria e attesa dal largo mondo che a noi guarda e guarderebbe.

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