Illegalità e logiche feudali dell’università italiana - di Dario Generali

La formazione dello Stato nazionale prima e della Repubblica democratica poi ha richiesto un altissimo tributo umano e di sangue di patrioti animati dai più alti ideali politici e morali. Quest’Italia di eroi, civile e minoritaria, già delineatasi nella stagione dell’Illuminismo lombardo e che ha assunto la guida delle battaglie civili e dei movimenti di liberazione successivi, non ha mai smesso di combattere anche in epoca repubblicana a difesa dello Stato di diritto e del rispetto dei principi costituzionali. Nonostante gli sforzi che ha fatto e che continua a fare non è però purtroppo ancora riuscita a rendere l’Italia un paese civile nella pratica quotidiana della sua amministrazione e delle sue istituzioni, tuttora dominate da logiche personalistiche e clientelari e da una diffusa illegalità.

L’università e le strutture di ricerca italiane sono fra le istituzioni dove questa corruzione è più evidente. Soprattutto il momento del reclutamento è disciplinato da regole non scritte, ma ferree, che garantiscono ai gruppi di potere che gestiscono le diverse classi di concorso e ai loro affiliati di assegnare borse e posti a soggetti graditi, che sono sempre cooptati, tranne rarissime eccezioni, prima dello svolgimento delle prove e delle valutazioni concorsuali.

Alcune classi di concorso sono giunte al punto di creare, nel corso degli anni, delle “consulte”, nelle quali gli ordinari delle diverse discipline si incontrano periodicamente, al fine di concordare i nomi dei candidati che dovranno vincere i concorsi degli anni successivi. La riforma Gelmini ha poi peggiorato enormemente le cose, fornendo ai singoli atenei ulteriori e potenti strumenti di controllo, che consentono di gestire l’assegnazione dei propri posti in modo da impedire l’ingresso a qualsiasi estraneo non gradito.

La sistematica trasgressione, nel mondo accademico, di ogni normativa può a volte configurarsi come un anarchico scontro di interessi particolari di singoli e/o di cordate conflittuali. Nella maggior parte dei casi, però, gli ordinari stipulano accordi che evitino i conflitti, e che sostituiscano alle leggi dello Stato quelle che il sistema elabora e si autoassegna, e che ricordano le forme di organizzazione del potere feudale.

Ogni classe di concorso tende a riconoscere un potere centrale, di un singolo o di una ristretta oligarchia di baroni, che ottengono il consenso, la fedeltà e l’obbedienza degli altri ordinari del proprio settore. Ogni ordinario domina nel proprio feudo, che corrisponde all’insegnamento della propria disciplina nella sua università di appartenenza. Il potere centrale garantisce ai propri feudatari questo dominio e mette a disposizione, quando le diverse università bandiscono concorsi per posti della disciplina, le truppe fedeli, cioè commissari disposti a garantire il successo dei candidati sostenuti dai baroni locali. A loro volta questi baroni si prestano a fare lo stesso su richiesta del monarca o dell’oligarchia centrale per concorsi in altre università, garantendo così che ogni concorso vada nel modo desiderato dal sistema, cioè dal potere centrale e da quelli locali.

Naturalmente il criterio di scelta dei candidati vincenti non è basato sulla valutazione delle loro pubblicazioni e dei loro meriti scientifici, come sarebbe richiesto dai bandi, ma dipende unicamente dall’arbitrio delle decisioni soggettive dei baroni, nella maggior parte dei casi determinate dai loro personali interessi e certo non da quelli della qualificazione dell’insegnamento e della ricerca. Il sistema non tollera inoltre ribellioni, e persegue con ogni mezzo chiunque si opponga a queste prevaricazioni attraverso ricorsi o denunce pubbliche.

Un’istituzione fondamentale della nazione che disattende sistematicamente qualsiasi norma e che ne adotta altre sostitutive, basate sulle relazioni personali e sulla difesa degli interessi personali dei propri funzionari, rappresenta però un vulnus intollerabile per qualsiasi Stato di diritto. Le logiche feudali trasferite nel nostro presente storico configurano infatti un’organizzazione di nitido stampo mafioso. Una mafia che non uccide, ma che compie costantemente una violenza istituzionale, civile e morale lesiva degli interessi dell’intero corpo sociale, e devastante per la vita e le aspirazioni degli studiosi più o meno giovani che non si adeguino a queste regole e pretendano il rispetto della legalità.

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