Decreto immigrazione, un cambio di passo salutare. Ma servono politiche di vera inclusione - di Selly Kane

Il 18 dicembre scorso, con 153 voti favorevoli, due contrari e quattro astenuti, l’assemblea di Palazzo Madama ha rinnovato la fiducia al governo, approvando definitivamente il ddl 2040 di conversione, con modificazioni, del decreto legge 130 del 21 ottobre, nel testo licenziato dalla Camera il 17 dicembre.

Le nuove misure segnano un cambio di passo positivo in materia di soggiorno, accoglienza, diritto alla protezione internazionale, integrazione di molti cittadini migranti presenti nel territorio italiano ma privi di diritti, con condizioni di vita precarie in balia a sfruttamento, lavoro nero e ricatto sul lavoro. Il testo approvato al Senato recepisce quello della Camera, approvato con alcuni emendamenti migliorativi proposti dalle organizzazioni sindacali Cgil Cisl e Uil, e da numerose associazioni laiche e religiose, nonché dalle forze politiche democratiche in Parlamento.

Il testo approvato contiene alcuni elementi positivi, come la durata per l’espletamento delle istanze di cittadinanza riportata a 24 mesi, già previsti prima dei decreti Salvini, così come l’estensione della possibilità di conversione dei permessi di soggiorno per cure mediche, protezione speciale, calamità, residenza elettiva, stato di apolide, attività sportiva, lavoro di tipo artistico, motivi religiosi e assistenza ai minori in permesso di soggiorno per lavoro.

Inoltre, per la norma riguardante le operazioni di ricerca e soccorso in mare da parte delle navi delle Ong, che aveva suscitato molte critiche, è positiva la modifica relativa alla necessità di indicare tra gli obblighi internazionali anche la Cedu e le normative internazionali ed europee sul diritto di asilo. La norma ora fa riferimento agli “obblighi derivanti dalle convenzioni internazionali in materia di diritto del mare, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, e delle libertà fondamentali e delle norme nazionali, internazionali ed europee in materia di diritto di asilo”.

Siamo dinanzi ad una modifica importante, poiché consente di richiamare la Convenzione relativa all’obbligo di soccorso in mare, e altre norme internazionali in materia. Tuttavia permangono alcune criticità che risiedono nel condizionamento e nell’obbligo, per le navi Ong di ricerca e soccorso, di sottostare alle indicazioni del Centro di coordinamento competente. Invece occorre evitare che le navi che abbiano rispettato gli obblighi internazionali di soccorso delle persone in mare siano condizionate al benestare dei centri di coordinamento diversi da quello italiano, che potrebbero condurre i migranti soccorsi e salvati in mare in paesi di origine o transito nei quali rischiano di essere sottoposti a trattamenti disumani, a partire dalla Libia.

Positivo poi il raccordo tra l’articolo 5 comma 6 e l’articolo 19, che stabilisce la non espellibilità in alcuni casi e il rilascio del relativo permesso di soggiorno per protezione speciale: eviterà confusione e discrezionalità. Con questa norma l’Italia dovrebbe tornare a un numero di esiti positivi delle domande d’asilo simile alla media europea, evitando i numerosi ricorsi cui abbiamo assistito con i decreti Salvini, nonché l’aumento dell’irregolarità. Una scelta utile e coerente è inoltre quella che riapre la possibilità di ingressi per lavoro con il decreto flussi, bloccati da oltre un decennio.

Il testo approvato in via definitiva al Senato fa ben sperare che sia iniziato un nuovo approccio politico più responsabile in materia di immigrazione. Tuttavia ci sono ancora molti temi urgenti da affrontare, come la necessità di una riforma organica in materia di immigrazione, una riforma della cittadinanza coerente con la realtà del nostro Paese, dove l’immigrazione è un dato strutturale, e il riconoscimento dello “ius soli” per le ragazze e i ragazzi nati e cresciuti in Italia (sono un milione), priorità non più rinviabile nell’agenda politica.

Azioni urgenti sono necessarie di fronte all’indignazione e vergogna per quello che sta accadendo sulla “rotta Balcanica”. Uomini, donne e bambini costretti a vivere all’aperto in quello che resta di alcuni campi profughi in quell’area, dove l’umanità è svanita, dove chi prova ad attraversare le frontiere viene fermato e respinto dall’Italia in Slovenia, poi in Croazia e quindi in Bosnia.

L’Ue risponde con i soliti mezzi, versando qualche milione di euro ai governi che fermano le persone, non importa come, a condizione che non giungano all’interno dei “sacri confini”. Una vergogna che si derubrica a “crisi umanitaria”, ma è l’ennesimo frutto avvelenato dell’esternalizzazione delle frontiere, così come accade nel Mediterraneo. Abolizione del Regolamento di Dublino, corridoi umanitari, accoglienza delle persone in fuga nei diversi Paesi europei, rappresentano l’unica soluzione da percorrere.

La pandemia, nel bene e nel male, ci ha insegnato che nessun Paese si salva da solo da questa grande crisi sanitaria e sociale planetaria. Solo con una visione politica, economica, sociale e ambientale globale, e scelte conseguenti, si possono dare risposte adeguate e sostenibili.

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