La centralità del lavoro - di Giacinto Botti e Maurizio Brotini

Nella – incomprensibile - crisi di governo c’è un grande assente: il lavoro. Non si parla della materialità dei bisogni di lavoratori e lavoratrici in carne ed ossa, dei disoccupati, precari, licenziati nonostante il blocco, con sfratti esecutivi pendenti per morosità incolpevole, occupati nelle tante zone grigie e nere di super sfruttamento.

L’azione irresponsabile del capetto di Italia Viva è in coerenza con tutto il suo percorso e le sue scelte: il Jobs act è ancora lì che grida vendetta. Il governo Conte e la sua maggioranza hanno smesso di calpestare i diritti del lavoro, come fatto dai governi precedenti. Ma troppe risorse sono andate alle imprese ed ai proprietari delle attività terziarie, invece che ai lavoratori di quei settori. E quanti lavorano nello spettacolo e nello sport si sono trovati senza reddito. Mentre le risorse alle imprese non sono vincolate alla creazione di buona occupazione, ecologicamente sostenibile.

La Cgil deve stare con forza e radicalità dentro la crisi sociale e politica: qui si determinano gli assetti di potere futuri e le scelte sociali ed economiche conseguenti. La nuova amministrazione Biden sta per varare un ragguardevole piano di incentivi economici e aumentare il salario minimo. Anche in Italia è arrivato il momento di affermare che un’ora di lavoro non può valere meno di quanto definito dai contratti nazionali, attraverso una legge di supporto alla contrattazione collettiva che preveda il voto per le Rsu in tutti i settori privati, e la verifica della rappresentatività di sindacati e organizzazioni datoriali. E va introdotto un reddito di garanzia universale, che copra tutte e tutti.

Basta con l’ideologia della disoccupazione come colpa individuale: si è disoccupati o sottooccupati perché la politica ha privilegiato il pareggio di bilancio invece della creazione anche diretta di occupazione, e le imprese giocano in borsa invece di investire in ricerca e sviluppo.

I soldi ci sono, prendiamoli dai 10mila miliardi di rendita finanziaria e immobiliare in mano a poche migliaia di persone: tassa patrimoniale, maggiore progressività nelle aliquote, alleggerendo quelle più basse e innalzando quelle sui redditi più elevati. Smettendo di ridurre la tassazione sulle imprese, e di utilizzare la decontribuzione come – fallace - strumento per l’occupazione.

Non basta inveire contro Renzi se le misure contro i lavoratori approvate dal suo governo e dal Pd sono sempre lì. Si reintroduca l’articolo 18 ampliato alle aziende fino a 5 dipendenti, si allarghi il perimetro pubblico, assumendo centinaia di migliaia di giovani nella pubblica amministrazione, per offrire servizi sociali di qualità e gestire direttamente bandi e lavori.

Bisogna stare in campo, in strada, nelle piazze. Solo con mobilitazioni, lotte e scioperi potremo, nella nostra autonomia, far pesare nel confronto con le controparti e con la politica le proposte di cambiamento basate sui diritti al lavoro e nel lavoro.

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