La lucida intelligenza e l’inesausta passione politica di Emanuele Macaluso - di Franco Garufi

Emanuele Macaluso ha attraversato da protagonista ottant’anni della storia della sinistra e dell’Italia: dal 1941, quando a 17 anni si iscrisse alla cellula clandestina del Pci diretta da Calogero Boccadutri (il compagno Luziu di cui scrisse Elio Vittorini), fino a questo triste inizio dell’anno secondo della pandemia.

Giovanissimo segretario della Camera del Lavoro di Caltanissetta - allora il maggior centro minerario dell’isola - entrò a far parte del gruppo dirigente siciliano appena ventitreenne, nel 1947, l’anno della strage di Portella della Ginestra. Quell’estate Di Vittorio, nel corso di un viaggio in Sicilia, individuò in un gruppo di giovani quadri i compagni ai quali affidare le redini dell’organizzazione. Per ricordare solo alcuni nomi: Francesco Renda, poi storico insigne, e Nicola Cipolla che dirigevano la Federterra; Pio La Torre protagonista della lotta contro il latifondo nel palermitano; Luigi Di Mauro segretario del sindacato dei minatori.

Macaluso fu chiamato prima alla Cgil unitaria (costituita col patto di Roma nel 1944) di Palermo, e subito dopo divenne segretario della Cgil regionale. La Sicilia degli anni del dopoguerra era attraversata da imponenti lotte di massa per la riforma agraria, per la ricostruzione delle città dalle rovine della guerra, nel settore minerario dove la battaglia per uscire da una condizione del lavoro subumana fu durissima e portò in quegli anni a conquiste decisive.

Una durissima stagione di mobilitazione sociale e politica nel corso della quale Pio La Torre, la cui militanza si intreccerà spesso con quella del dirigente nisseno, venne arrestato durante un’occupazione di terre a Bisacquino, e restò in carcere per quasi due anni. Lo scontro con la mafia, braccio armato dei grandi proprietari terrieri, fu diretto e sanguinoso: nel suo ultimo comizio dal sasso di Barbato, il Primo Maggio 2019, l’ultranovantenne dirigente comunista volle ricordare le decine di sindacalisti uccisi, in gran parte rimasti ancora senza giustizia. La riforma agraria regionale del dicembre 1950 spostò il movimento sul terreno dell’applicazione delle norme di scorporo del latifondo, e fu occasione anch’essa di significativi momenti di mobilitazione di massa.

Fu anno di svolta anche il 1956, quando Palmiro Togliatti decise che il giovane Macaluso affiancasse il vecchio e prestigioso leader dei comunisti siciliani Girolamo Li Causi, per poi sostituirlo nella direzione regionale del partito. La prima segreteria Macaluso durò fino al 1962 e fu segnata dalla vicenda del governo Milazzo. Il breve spazio di queste note non può proporsi di ricostruire un avvenimento tanto complesso e irto di contraddizioni come la stagione milazziana, se non per affermare che essa nacque dall’intuizione di poter utilizzare lo scontro tra la nuova direzione fanfaniana della Dc e il gruppo dirigente storico della Democrazia cristiana dell’isola - da Giuseppe Alessi allo stesso Silvio Milazzo - per incunearsi nell’incombente crisi del centrismo.

Tuttavia, la scelta di Macaluso di appoggiare l’operazione fu dettata anche dalle profonde convinzioni autonomistiche proprie dei maggiori dirigenti comunisti siciliani, esplicitate in uno dei primi libri scritti da Macaluso: “La Sicilia e lo Stato”. Pesò anche l’intesa con il presidente di Sicindustria, Mimì La Cavera, che aveva rotto con Confindustria nazionale e dato avvio alla polemica contro la discesa nell’isola dei grandi monopoli industriali.

L’esperienza di dirigente nazionale non mise mai in ombra il suo rapporto con l’isola. Tanto che Macaluso sarebbe stato rieletto segretario regionale del Pci nel 1967, sostituendo Pio La Torre, e vi sarebbe restato fino all’inizio del 1971, quando si trasferì definitivamente a Roma e al suo posto arrivò Achille Occhetto. Il Macaluso dirigente nazionale comunista è stato ricordato in particolare come responsabile della potentissima sezione di organizzazione durante la segreteria di Enrico Berlinguer, e per l’impulso che la sua direzione seppe dare al rilancio dell’Unità.

Non condivido l’opinione di chi afferma che fu il “più socialista” del gruppo dirigente storico del Pci. In realtà era togliattiano a tutto tondo nella concezione della politica e della vita di partito. Da comunista riformista (o migliorista come amava definirsi quell’area politica) giunse alla conclusione che fosse necessario riunificare nel filone del socialismo europeo le diverse anime della sinistra italiana, superando la scissione di Livorno.

E proprio nel giorno in cui ricorreva il centenario della fondazione del Pcd’I si sono celebrati i suoi funerali. Purtroppo non fu ascoltato. Alla sinistra italiana, alle donne e agli uomini che continuano a credere nel progresso e nella giustizia sociale, mancheranno la sua lucida intelligenza e la sua inesausta passione politica.

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