Voss Fluid, la lotta operaia per sconfiggere la multinazionale-Golia - di Frida Nacinovich

Non avevano neanche la fionda di Davide gli addetti della Voss di Osnago, considerati di troppo dalla multinazionale tedesca, novello Golia. Il gigante della componentistica idraulica aveva deciso di punto in bianco di chiudere la storica torneria lombarda, fondata nel 1954 nel lecchese come Larga. Sessant’anni di vita e poi il passaggio, nel 2016, alla Voss Fluid. Quella che doveva essere una spinta verso un aumento dei volumi produttivi, dopo soli quattro anni, si è rivelata però un’arma a un doppio taglio. Perché le multinazionali, si sa, non guardano per il sottile quando scelgono le loro strategie produttive. Una regola generale, cui Voss non si è sottratta.

Ecco così che in piena pandemia, nel dicembre scorso, è arrivata la notizia, improvvisa come un fulmine a ciel sereno, del licenziamento di tutti quanti, operai e impiegati. Da lì una resistenza quasi commovente: 45 giorni di presidio, durante tutte le feste di fine anno, senza cedere un centimetro, anche di fronte a vere e proprie provocazioni dei manager della multinazionale.

“Una lotta che ha pagato”, tira le somme Domenico Alvaro della Fiom Cgil, testimone diretto dell’intera vertenza, chiusa solo pochi giorni fa, il 21 gennaio, con l’impegno dell’azienda a utilizzare tutti gli ammortizzatori sociali possibili, scongiurando di fatto i licenziamenti che altrimenti sarebbero scattati dal primo aprile prossimo. Un bruttissimo scherzo per i lavoratori che avrebbero dovuto subirli.

Da metà dicembre, quando era arrivata la notizia della chiusura, i dipendenti hanno presidiato lo stabilimento per impedirne lo smantellamento. “Nonostante le trattative e gli incontri istituzionali a tutti i livelli, comunale, provinciale e regionale - spiega Alvaro - i vertici della storica torneria hanno cercato di portare via i macchinari, probabilmente per trasferirli nella casa madre in Germania, a Wupperthal. Operazione bloccata dalla mobilitazione operaia, che ha impedito l’ingresso dei camion dei traslochi. Muro contro muro, con la tensione alle stelle”.

Nel polo di via Antonio Stoppani lavorano attualmente 70 persone tra operai e amministrativi, di cui 32 donne. In un secondo stabilimento del gruppo, sempre a Osnago, ci sono poi un’altra trentina di dipendenti che almeno per il momento non rischiano il posto a differenza dei colleghi. “In quattro anni di gestione la multinazionale tedesca non ha rinnovato i macchinari, investito in formazione, diversificato le produzioni - denuncia Alvaro - non ha fatto nulla per salvare lo stabilimento di Osnago, fra l’altro a maggio scade il contratto di affitto”.

Un mese e mezzo di presidio per aprire uno spiraglio nelle trattative, Natale e Capodanno in fabbrica. “Oggi i lavoratori rimasti in forza alla Voss sono cinquantatré, perché diciassette, forti di una professionalità molto ricercata nel nostro territorio, sono riusciti a trovare lavoro in altre aziende. Saranno dati incentivi a chi chiederà di andare via durante la cassa Covid-19, e una cifra significativamente più alta, quasi il doppio, sarà erogata a coloro che lasceranno volontariamente, durante la Cigs o al termine della stessa al di là del periodo mancante per accedere alla pensione. Per il ricollocamento c’è l’impegno della Provincia e della Regione. In definitiva è stato fatto il possibile perché nessuno resti indietro”. Certo è che il comportamento della multinazionale è stato inaccettabile: Voss Fluid non aveva nemmeno fatto richiesta della cassa integrazione Covid, segno evidente che gli affari e le produzioni andavano tutto sommato bene.

Ora Alvaro ricorda quelle settimane di presidio, vissute anche con durissimi scontri con l’azienda come la scintilla che ha permesso di tenere acceso il fuoco della solidarietà operaia. “Voss Fluid è arrivata al punto di contestare agli operai il blocco dei camion che avrebbero portato via i macchinari. Hanno provato a dividere i lavoratori convocandoli a gruppetti separati per fiaccare la loro resistenza”. Le cronache, non solo locali, raccontano di un delegato sindacale (della Fim Cisl) urtato deliberatamente dall’auto di un manager. “Ma l’opinione pubblica era tutta dalla parte nostra - sottolinea Alvaro - Abbiamo ricevuto molta solidarietà, non solo morale ma anche pratica: c’è chi ha prestato un gazebo, chi un gruppo elettrogeno, dall’Arci a Rifondazione, si sono mobilitati associazioni e gruppi politici. La nostra vertenza è diventato un problema che riguardava tutta la collettività”. Per sostenerli è stata avviata anche una petizione su change.org.

Resta l’amarezza per l’ennesimo giro di vite che ha portato al sacrificio di una realtà produttiva di tutto rispetto. “C’è la speranza che si facciano avanti nuovi imprenditori - chiude Alvaro - ma il tempo è poco e il contesto non aiuta, visti i tanti problemi legati al virus”. La lotta ha comunque pagato, nell’ennesima rappresentazione operaia di Davide contro Golia. 

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