In vigore il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari. Italia ripensaci! - di Franco Uda

Era il 1968 quando Usa, Regno Unito e Unione Sovietica sottoscrissero un Trattato di non proliferazione degli armamenti nucleari (Npt). L’articolo IV del Trattato assicurava tuttavia a ciascuno degli Stati membri il diritto all’uso per fini pacifici. Dopo l’approvazione del trattato la produzione di materiali nucleari non è cessata e si è diffusa in molte parti del mondo, con una crescente pressione per far riconoscere l’energia nucleare come fonte sostenibile, nonostante i numerosi incidenti.

Ancora oggi non si è trovato un accordo internazionale sulle effettive conseguenze, né sui rischi ancora presenti nelle aree colpite. I sostenitori del “nucleare green”, oltre a non calcolare l’impatto complessivo della filiera delle centrali nucleari, trascurano il fatto che le stesse procedure di arricchimento dell’uranio utilizzate per alimentare i reattori nucleari e generare elettricità, o produrre radioisotopi medici, possono anche produrre uranio altamente arricchito per uso militare. Dopo la fase di produzione di energia il combustibile nucleare resta pericolosamente radioattivo per tantissimo tempo, e il suo smaltimento è un problema ancora irrisolto.

Dallo scorso 22 gennaio è entrato in vigore il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (Tpnw), il primo trattato applicabile a livello globale che proibisce categoricamente l’uso, lo sviluppo, i test, la produzione, la fabbricazione, l’acquisizione, il possesso, l’immagazzinamento, il trasferimento, la ricezione, la minaccia di usare, lo stazionamento, l’installazione o il dispiegamento di armi nucleari.

Nessuna delle potenze nucleari ha firmato il Trattato, e soltanto sei Stati europei lo hanno ratificato. L’Italia non lo ha né firmato né sottoscritto, così come gli altri Paesi che condividono accordi di nuclear sharing con gli Stati Uniti. Sul nostro territorio nazionale si stima la presenza di 40 testate nucleari, di cui 20 presso la base di Ghedi e le restanti 20 nella base di Aviano, mentre negli altri Paesi europei se ne stimano circa 20 a testa.

Gli ultimi decenni insegnano che, con l’entrata in vigore di altri trattati di proibizione di armamenti, i comportamenti che caratterizzano - in forza del diritto internazionale - gli Stati che li hanno ratificati, finiscono per condizionare anche il comportamento degli Stati che quei trattati non li hanno sottoscritti, e questo riguarda il loro uso, trasferimento, produzione.

Poiché anche l’assistenza è proibita dal Trattato, per molti Stati ciò significherà che il finanziamento o l’investimento nella produzione di armi nucleari venga considerato una violazione, e gli istituti finanziari spesso scelgono di non investire in attività su armi controverse: l’entrata in vigore del Tpnw colloca chiaramente le armi nucleari in questa categoria, e probabilmente innescherà ulteriori disinvestimenti. Gli Stati parte del Tpnw avranno ora l’obbligo di sollecitare altri Stati ad aderire, e dovranno lavorare per l’universalizzazione del Trattato: ciò significa che non solo i cittadini, ma anche la pressione da parte di altri governi aumenterà nel tempo.

Qualche anno fa la Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari (Ican) commissionò un sondaggio, in Italia e negli altri tre paesi europei che ospitano testate nucleari statunitensi. La popolazione, in tutti e quattro i casi, si espresse a favore della rimozione delle testate nucleari dal proprio territorio, con un consenso molto alto (60% - 70%). Nel caso specifico dell’Italia, sette intervistati su dieci sono favorevoli all’adesione dell’Italia al Tpnw, tre su cinque chiedono che le testate statunitensi vengano rimosse dal nostro territorio, e per il 66% i cacciabombardieri F-35 in corso di acquisizione non dovrebbero possedere la capacità di sganciare le bombe nucleari Usa.

Oggi più che mai bisogna chiedersi che cosa sia la sicurezza per i cittadini. Se questa situazione di pandemia globale ha reso evidente qualcosa, è che oggi la sicurezza non è legata all’uso delle armi, bensì alle condizioni di lavoro, salute, ambiente e vita delle persone. La Rete Italiana Pace e Disarmo e Senzatomica da anni fanno pressione sul nostro governo affinché il Paese intraprenda la via del disarmo, e in questi giorni hanno rilanciato con forza la campagna “Italia, ripensaci!”, nata nel 2016.

Le armi non uccidono soltanto in guerra: anche quando non utilizzate, sottraggono le risorse necessarie al soddisfacimento dei bisogni primari delle persone, ed è per questo motivo che è estremamente importante che si crei una nuova coscienza collettiva sul tema del disarmo.

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