Nessun profitto sulla pandemia. Vaccino per tutti, in tutto il mondo - di Stefano Cecconi

“La povertà è la più funesta delle malattie”. La dichiarazione, che non lascia spazio a dubbi, è dell’Oms, l’Organizzazione Mondiale della Salute. Si riferisce ai molteplici danni prodotti dalla povertà dovuti ai cosiddetti determinanti sociali ed economici di salute: scarsa istruzione, redditi bassi, disoccupazione o lavoro povero e precario, abitazioni e ambienti insalubri, contesti sociali difficili; e quindi denutrizione, malnutrizione, stili e condizioni di vita nocivi per la salute (che ricordiamo, riguarda la sfera fisica, psichica e sociale di un individuo).

I poveri si ammalano di più, i poveri vivono di meno: è storia nota, raccontata mirabilmente da Dickens, Zola, e descritta, qui in Italia alla fine degli anni sessanta, dagli scenari epidemiologici di Giulio Alberto Maccacaro e di Giovanni Berlinguer. La povertà è patogena non solo per ciò che provoca ma anche per ciò che impedisce: ad esempio ostacola l’accesso a cure sanitarie essenziali, come i farmaci e i vaccini. Cure e vaccini che possono salvare, o condannare, milioni di vite umane.

È il caso, oggi, della pandemia da Covid-19, per combattere la quale, in tutto il mondo, si è scatenata (e meno male!) una formidabile gara tra le imprese farmaceutiche per la produzione e la distribuzione di vaccini.

In Italia, e nei Paesi più ricchi, è persino iniziata una campagna di vaccinazione di massa che, seppure tra non pochi ritardi, dubbi sull’effettiva efficacia e contraddizioni sulle modalità di attuazione del piano vaccini, se non altro apre alla speranza di superare prima possibile questa emergenza. Ma, a proposito di povertà e salute, sappiamo che milioni di donne e uomini, adulti e bambini, nei Paesi poveri, rischiano di essere esclusi dalla possibilità di vaccinarsi. Quindi rischiano di ammalarsi e di morire perché a casa loro l’acquisto e quindi l’accesso al vaccino è più difficile, se non impossibile. Si tratta di una situazione inaccettabile che nega un diritto fondamentale.

Ecco perché la Cgil ha deciso di promuovere e sostenere l’Ice con la Petizione Europea “Tutti hanno diritto alla protezione da Covid19: nessun profitto sulla pandemia” che vuole raccogliere un milione di firme (in Italia l’obiettivo è 180mila) per essere sicuri che la Commissione europea faccia tutto quanto in suo potere per rendere i vaccini e le cure anti-pandemiche un bene pubblico globale, accessibile gratuitamente a tutti e tutte. Per fare in modo che ricerca e tecnologie siano condivise in tutto il mondo. Per evitare che un’azienda privata possa decidere chi ha accesso a vaccini o a farmaci e a quale prezzo. Per impedire che sui brevetti per i farmaci essenziali vi sia il controllo monopolistico delle grandi aziende farmaceutiche. Per impedire che vengano privatizzate tecnologie sanitarie fondamentali, tanto più spesso finanziate con risorse pubbliche. Insomma, le grandi aziende farmaceutiche non devono avere profitti sfruttando questa pandemia a scapito della salute delle persone.

Fin qui abbiamo parlato di affermare un diritto negato: quello di ogni essere umano di poter accedere liberamente al vaccino. Ma, paradossalmente, dove il vaccino è già disponibile, la discussione è se renderlo un obbligo.

La vaccinazione può, e deve, essere resa obbligatoria? Non è cosa facile, perché la nostra Costituzione (art. 32 secondo comma) vieta il Trattamento Sanitario Obbligatorio: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”. Il Tso si è dovuto disciplinare con la legge 180 nel 1978, che ha chiuso i manicomi, limitandone rigorosamente la possibilità e disciplinando le garanzie per i cittadini.

Forse questa discussione si spegnerà, perché l’adesione al vaccino sarà alta, rispondente a quel senso di responsabilità che anche la Cgil ha indicato nel suo Appello “Vaccinarsi è un atto di responsabilità”. Ci auguriamo quindi che l’adesione alla vaccinazione, e il suo effetto, sarà sufficiente a produrre il tasso di immunità atteso. Ma stiamo parlando dell’Italia: in altre parti del mondo rischia di succedere il contrario, semplicemente perché il vaccino non è considerato un diritto, ma una merce.

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