Il rinnovo del Ccnl della concia - di Giuliano Ezzelini Storti

E' arrivata il 21 gennaio 2021, centenario della fondazione del Partito Comunista Italiano, la sottoscrizione dell’ipotesi di accordo da parte di Unic e la delegazione trattante di Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec del contratto nazionale Concia Industria: ora la parola passa alle lavoratrici e ai lavoratori tramite le assemblee di approvazione. Una data importante, una storia lunga che ci impone grande attenzione in una sorta di commemorazione che impegna il nostro agire come sindacato.

Non è stata una contrattazione semplice e non è banale dirlo, non solo per la “fase Covid”. Il settore presenta spesso grande frammentazione e scarsa cultura delle relazioni industriali. La composizione imprenditoriale è collocata principalmente nei tre distretti di Solofra (Av), Santa Croce sull’Arno (Pi) e Arzignano (Vi), profondamente diversi per settori di riferimento, dimensioni e cultura. Per me, “vicentino magna gatti”, l’analisi si integra, nell’area di Arzignano (distretto

che rappresenta il 57% di produzione di pelle in Europa), con l’egemonia culturale della ricchezza a tutti i costi. Una natura imprenditoriale che si interseca nel Veneto con la cultura del “paron Bepi Sugaman”, che non ne vuole sentire di diritti dei lavoratori e di regole, figuriamoci di contrattazione e di contratto.

Questa firma, per il contesto in cui viene apposta, quindi, ribadisce l’importanza del contratto nazionale non solo per la regolamentazione dei rapporti di lavoro, ma perché si stabilisce che contrattare si può e contrattare si deve. Va riconosciuto con onestà intellettuale che ciò che in altri contratti sembrano cose banali, a volte anche scontate, qui diventano elementi forti di innovazione.

Dobbiamo dirlo, senza giri di parole: abbiamo una imprenditoria, tranne alcune eccezioni, molto arretrata. Va definita quindi un’analisi condivisa del contesto, altrimenti si fa “fuffa”. Ma un merito questo contratto, insieme ad altri rinnovati nella nostra categoria, ce l’ha: possiamo dire che ha rotto il paradigma del nuovo presidente di Confindustria, che teorizzava la fine del contratto nazionale causa crisi. Fermare nella concia la narrazione di Bonomi, senza scambi e in maniera pulita, assume quindi grande valore politico e simbolico: sottovalutarlo sarebbe sciocco.

Fatemi poi vedere il risultato da vicentino, non in un’ottica provinciale ma realista, rilevando le difficoltà che abbiamo dovuto affrontare: da anni non riusciamo a rinnovare il contratto territoriale, per le debolezze di rappresentanza nostra e anche della controparte imprenditoriale. Il rinnovo del contratto collettivo nazionale può determinare un precedente su cui fare leva per aprire “nuove strade della contrattazione”, mettendo le mani nel quotidiano di vita di migliaia di lavoratori.

Ora facciamo un riassunto dei punti chiave. Il nuovo contratto dell’industria conciaria prevederà un aumento salariale oltre l’Ipca, recuperando parte della produttività su scala nazionale, di 65 euro sui minimi (in tre tranche con un montante di 1.200); il raddoppio da 4 a 8 euro mensili come elemento perequativo dove non c’è la contrattazione di secondo livello; l’aumento del contributo azienda sulla pensione integrativa Previmoda al 2%; l’avvio, mai ottenuto fino a oggi, a luglio 2021 dell’assistenza integrativa Sanimoda, per un valore mensile di 12 euro a totale carico delle imprese. Si inserisce una regolamentazione sull’utilizzo dei contratti a termine e di somministrazione; si aggiunge un giorno retribuito per il lutto dei suoceri; si avvia il percorso di riforma degli inquadramenti; si inserisce un accordo quadro sulla sostenibilità ambientale del settore; si ratificano gli accordi quadro sulle molestie.

Un contratto quindi che guarda avanti con le sfide per i prossimi anni, che andranno colte solo se saranno fatte vivere quotidianamente nelle fabbriche e tra i lavoratori. Necessario sarà un lavoro che in altri tempi si sarebbe definito di costruzione della “coscienza di classe”: ineludibile per la sfida che inevitabilmente dovremo affrontare nel prossimo triennio.

Diventa perciò indispensabile una riflessione che porti a “praticare le strade della contrattazione”, non solo a livello nazionale ma anche a livello locale. Una contrattazione che tenga ancora più legate le imprese al territorio, alle sue professionalità e peculiarità, scongiurando così il “virus sociale” del prossimo sblocco dei licenziamenti. La contrattazione diventi quindi l’antidoto alla crisi. Retorica? Forse, ma a volte non fa male praticarla.

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