La conquista del contratto dell’industria alimentare - di Giovanni Mininni

Il 25 gennaio scorso abbiamo sottoscritto la stesura definitiva del Ccnl dell’industria alimentare. Finisce così una lunga trattativa per il rinnovo del contratto, cominciata il 10 settembre 2019 quando illustrammo a Federalimentare e alle associazioni di settore la piattaforma rivendicativa approvata all’unanimità da 600 delegati di Fai Cisl, Flai Cgil e Uila Uil. Un percorso democratico di consultazione dei lavoratori che portò ad alcune significative modifiche della piattaforma, grazie a emendamenti arrivati dalle fabbriche.

La stesura definitiva è stata sottoscritta da dieci delle tredici associazioni aderenti a Federalimentare: da Unaitalia che rappresenta le carni bianche e l’avicolo, e, per adesione, da Unionzucchero (queste ultime due non aderenti a Confindustria). Sono rimaste fuori le associazioni dei Mugnai (Italmopa), dei produttori di alimenti animali (Assalzoo), e dei produttori di carne (Assocarni).

I contenuti del Ccnl sono importanti e innovativi. La parte normativa è intervenuta su temi come il rafforzamento delle relazioni sindacali, lo smart working e il diritto alla disconnessione, la necessità di investire sulla formazione, la valorizzazione della sicurezza sul lavoro, e altri punti che hanno migliorato i diritti individuali delle lavoratrici e dei lavoratori.

Il Ccnl interviene anche sulla delicata materia degli appalti, rafforzando l’argine contro l’applicazione dei contratti pirata, e definisce con chiarezza che si deve applicare il contratto dell’attività appaltata a chi lavora in quei settori, e non il contratto dell’azienda che prende l’appalto. Solo nelle ultime ore della trattativa siamo inoltre riusciti a strappare il riconoscimento che esiste una “comunità di sito” in ogni fabbrica, cioè persone che, pur lavorando negli stessi reparti o uffici, non godono degli stessi diritti perché ad esse vengono applicati Ccnl diversi.

Da oggi in poi verrà riconosciuto il diritto a svolgere assemblee informative per i rinnovi dei Ccnl delle aziende in appalto, un primo passo che riconosce finalmente che anni di appalti e sub-appalti hanno peggiorato le condizioni di lavoro e dei diritti individuali e collettivi. Da lì bisogna ripartire per risalire la china, realizzando, come dice la Cgil, una contrattazione sempre più inclusiva. In tutti i mesi di confronto e scontro, questo punto è stato tra i più avversati dalle imprese.

Infine ci siamo trovati a dover definire l’aumento salariale col nuovo modello condiviso da Cgil Cisl e Uil nel cosiddetto “Patto per la fabbrica”. Ed è stato difficilissimo: individuare il “Trattamento economico minimo” e il “Trattamento economico complessivo” ha significato ridisegnare l’intero impianto della retribuzione, e salvaguardate il “valore punto” nel calcolo del Tem. Questo ha rappresentato il punto di maggiore scontro con le controparti già dal primo giorno di trattativa. Molte associazioni datoriali e Federalimentare miravano a non concedere un aumento importante, e avevano subito dichiarato che la nostra richiesta (205 euro) era fuori da ogni logica. Ci trovavamo prima che il Covid “cambiasse il mondo”... .

Il risultato raggiunto sul salario è davvero importante: 119 euro a regime che, seppur suddivisi tra Tem (84 euro) e Tec (35 euro), vanno tutti sui minimi. Non si è perso un giorno di copertura salariale: la prima tranche decorre dalla scadenza del Ccnl e il montante è di 2.954 euro. L’aumento diventa pari a 149 euro in tutte quelle aziende di medie e piccole dimensioni - quasi il 90% delle industrie alimentari italiane - dove non si fa la contrattazione integrativa. Abbiamo trasformato una indennità di mancata contrattazione, mai erogata in precedenza, rendendola automaticamente esigibile.

Su questo punto si è consumato uno scontro fortissimo, durato tanti mesi, e che ha visto per la prima volta il fronte datoriale andare in frantumi di fronte alla forte tenuta unitaria di Fai Flai e Uila, il vero elemento di forza nella vicenda. Uno scontro nel quale si è prepotentemente inserita Confindustria e che è diventato notizia sui media di questi mesi, perché ha assunto il valore di una contrapposizione più ampia fra Cgil Cisl e Uil che, nonostante il Covid, chiedevano il rinnovo dei contratti, e la nuova linea di Confindustria che invece sosteneva il contrario.

Dopo una serrata serie di incontri negli ultimi mesi del 2019, il 2020 si era aperto con posizioni ancora molto distanti. Arriviamo così alla prima rottura del 21 febbraio, nella quale proclamiamo il blocco di straordinario, flessibilità e prestazioni aggiuntive. Sul salario eravamo arrivati a 106 euro, giudicati insufficienti dalla delegazione trattante.

Proclamiamo quattro settimane di agitazione e ci piomba addosso il lockdown, i lavoratori dell’agroalimentare “indispensabili”, le battaglie per l’ottenimento e l’applicazione del Protocollo sulla sicurezza che ci hanno visto impegnati tantissimo a tutti i livelli. Momenti difficilissimi nei quali le nostre delegate e i nostri delegati si sono distinti per coraggio e generosità davvero ammirevoli. Ciò nonostante non avevamo nessuna intenzione di abbandonare il confronto. Federalimentare ci dà una data per la ripresa a metà aprile, e unitariamente sospendiamo le agitazioni.

In questo periodo arriva Carlo Bonomi alla guida di Confindustria, e il suo “pensiero” trova immediata applicazione sul nostro tavolo. Ricordo la sua prima intervista a Lucia Annunziata: ma cosa vogliono questi sindacati dell’alimentare? Rinnovare il contratto proprio ora? Ma si rendono conto del momento? Così Federalimentare si rimangia la riapertura del tavolo, e rimanda al 2021 le trattative per verificare se ci siano le condizioni per procedere.

Accettare sarebbe stato un suicidio. Il forte rapporto unitario con Fai e Uila torna nuovamente centrale. Decidiamo di proclamare nuovamente lo sciopero di straordinario e flessibilità per riconquistare il tavolo di trattativa. Decidiamo di “scavalcare” Federalimentare, arroccata su una posizione di chiusura totale in linea con Confindustria, rivolgendoci direttamente alle associazioni di settore, alle aziende, e a tutte le lavoratrici e i lavoratori. Mossa rivelatasi strategica, perché solo così abbiamo potuto verificare le disponibilità di associazioni e di tante imprese, che non erano d’accordo con la linea di Confindustria, a voler chiudere il contratto. Ha inoltre pesato molto il perdurare dello stato di agitazione in quelle imprese che, restando aperti solo i supermercati durante il lockdown, avevano necessità di produrre tanto.

Il fronte datoriale si è incrinato. Così abbiamo sottoscritto, il 6 maggio, un accordo con le prime tre associazioni, Union Food, Assobirra e Ancit, per riaprire le trattative. Abbiamo subito sospeso le agitazioni in questi tre settori e mantenuta la protesta negli altri. In tutto il mese di maggio, ad una ad una, tutte le associazioni hanno firmato accordi per la ripresa delle trattative, e per l’erogazione di una prima tranche economica del Ccnl da corrispondere ai lavoratori.

Questa modalità ha prodotto profonde spaccature nel campo datoriale. Si sono quindi formati tre tavoli separati sui quali Fai Flai e Uila si confrontavano con le diverse associazioni. Solo uno di questi vedeva il coordinamento di Federalimentare, gli altri due tavoli non riconoscevano più questo ruolo alla loro federazione.

Nei mesi di giugno e luglio la trattativa è andata avanti con mille difficoltà, le rigidità di Confindustria si facevano sempre sentire. Arriviamo al 31 luglio e si determinano le condizioni per firmare l’accordo con Union Food, Assobirra e Ancit. Gli altri due tavoli si sono avvicinati su quasi tutta la parte normativa, ma restano ancora a 106 euro di salario. La delegazione coordinata da Federalimentare abbandona le trattative alle 23. Anche il “tavolo delle carni” abbandona il confronto. Riuniamo le segreterie nazionali per fare il punto e poi, alle due del mattino, la delegazione trattante in modalità videoconferenza. All’unanimità decidiamo di sottoscrivere il rinnovo del Ccnl dell’industria alimentare con le prime tre associazioni che avevano aperto al confronto.

Da quel giorno, il 31 luglio 2020, sono partite le consultazioni di lavoratori e lavoratrici - concluse dopo due mesi con oltre il 99% di consensi - anche in quelle fabbriche di associazioni che non avevano firmato. Ma è partito anche un forte scontro, che ha visto scendere in campo pubblicamente Bonomi, contrastato da Maurizio Landini, e il vicepresidente Maurizio Stirpe che tanto si è adoperato a inviare lettere a tutte le Confindustria territoriali per impedire alle aziende di aderire al contratto. Da metà settembre sono nuovamente partiti i blocchi di straordinario e flessibilità in tutte le fabbriche che non applicavano il Ccnl del 31 luglio. Il 9 ottobre abbiamo fatto le prime 4 ore di sciopero, rinforzate da ulteriori 8 ore il 16 novembre, sempre nelle fabbriche che non aderivano all’accordo.

Queste lotte hanno provocato il progressivo svuotamento e indebolimento delle varie associazioni non firmatarie, che poi una per volta hanno sottoscritto con Fai Flai e Uila accordi di recepimento del Ccnl del 31 luglio 2020.

In tutti questi mesi, in proporzione inversa al numero di fabbriche nelle quali si applicava il Ccnl, Confindustria è progressivamente sparita dal settore, e Stirpe ha smesso di scrivere. Anche Bonomi sembra aver riconsiderato la sua linea. Federalimentare è rimasta purtroppo in un incomprensibile arroccamento, arrivando a non sottoscrivere il Ccnl e non riuscendo a recuperare, almeno al momento, un vero coordinamento delle associazioni.

La stesura chiude cosi una lunga battaglia sindacale che ha visto un forte protagonismo dei delegati e delle delegate. Sono loro infatti i veri vincitori di questa lotta insieme alle lavoratrici e ai lavoratori, a cui spettava di diritto questo rinnovo soprattutto nell’emergenza Covid. Mi permetto di dire che questa volta la parola “conquista” ha avuto davvero un significato pieno.

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