Ricordatevi di essere rossi! - di Andrea Montagni

Il 28 febbraio è il mio ultimo giorno di lavoro in Filcams Cgil nazionale. Lascerò progressivamente le cariche statutarie, secondo i tempi concordati con la categoria. Al momento della domanda di pensione (di vecchiaia) ho sottoscritto la delega allo Spi.

Ho passato la mia vita come iscritto, delegato e funzionario in Cgil dal 1978. Ho avuto l’onore di ricoprire incarichi di categoria e confederali a tutti i livelli, territoriali, regionali e nazionali. Sono andato a scuola dalle lavoratrici e dai lavoratori, mi sono formato in una fase acuta di scontro politico e sociale. Sono arrivato al sindacato grazie alla fiducia, al sostegno e al voto dei miei compagni di lavoro.

Nel 1978, quando a Firenze varcai il portone della sede della Federazione unitaria Cgil-Cisl-Uil in piazza del Mercato di San Lorenzo, per iscrivermi alla Lega dei disoccupati, non avrei immaginato che solo tre anni dopo sarei stato un delegato del Consiglio di azienda della Esselunga. Mi accolsero fraternamente, inserendomi immediatamente nell’esecutivo, Elisabetta Ramat, che è stata poi dirigente della Slc e della Cgil, e che avevo conosciuto quando era de il manifesto e poi del Pdup, e Giovanni Spallino, che credo sia ora in pensione e che era uno dei militanti più agguerriti della Fgci, considerato un “nemico” da noi attivisti del movimento del 1977.

Mi dettero spazio e feci esperienza di direzione e di organizzazione, a titolo puramente volontario, nella lotta per la stabilizzazione dei precari assunti con la legge 285 del 1977, e di quelli assunti dall’Università degli Studi di Firenze. Mi faceva effetto nelle assemblee, dove ritrovavo molti giovani che avevano fatto parte del movimento, parlare a nome di Cgil, Cisl e Uil.

Il mio rapporto con il sindacato, prima che entrassi nel mondo del lavoro, erano le riunioni con gli operai vicini ai gruppi della estrema sinistra, delegati nei loro luoghi di lavoro, e il confronto fisico con i servizi d’ordine del sindacato alle manifestazioni. Ma ho sempre avuto chiaro che la Cgil - nonostante non ne condividessi linea e prassi rivendicativa, tanto meno la subordinazione alle scelte politiche di Pci e Psi - organizzava i settori più combattivi del movimento operaio italiano. Come avrei detto allora, “poiché, nonostante l’azione dei revisionisti per smobilitarne la combattività, essa resta l’organizzazione che raccoglie le migliori tradizioni unitarie e di lotta del proletariato industriale”.

Sono diventato funzionario “per caso”. Come Democrazia consiliare vincemmo il congresso del sindacato università di Firenze, e mi ritrovai da Rsa a segretario generale e dopo tre anni accettai il distacco, quando fui inserito negli organismi nazionali di categoria.

La Cgil è capace di accogliere, organizzare, indirizzare ogni energia, anche quelle più lontane dall’orientamento prevalente. Questa capacità di accoglienza alle volte è stata smarrita da dirigenti che si sono formati in anni diversi, cresciuti non nel fuoco della lotta ma nella gestione dell’ordinario. Un ordinario che, a partire dalla seconda metà degli anni ottanta, è stato quello di un costante ripiegamento rispetto alle conquiste della generazione che mi ha preceduto, quella del biennio ’68-‘69, quella dello Statuto dei lavoratori, della conquista del diritto alla pensione e della riforma sanitaria.

Alle compagne e ai compagni della sinistra sindacale a cui passo il testimone ricordo che la Cgil è la casa dei lavoratori, ma ogni uomo o donna che sceglie di aderire alla Cgil deve sapere che con la tessera “acquista tutto il pacchetto”. La Cgil è antifascista, la Cgil è antirazzista, la Cgil si oppone alla xenofobia e ad ogni discriminazione sociale, etnica e di genere. La Cgil è la casa dei lavoratori italiani e stranieri, emigrati, migranti e immigrati, atei, cristiani, ebrei, musulmani, animisti, buddisti, maschi, femmine e Lgbt.

Non ci deve essere spazio per chi crede di usare la Cgil per i proprio fini, per chi crede di giocare sulla pelle dei lavoratori, usando gli incarichi per tornaconto personale. Bisogna essere rossi ed esperti. Essere esperti è una qualità che si costruisce con lo studio e l’esperienza, ma l’essere rossi è una qualità che bisogna avere prima e che non bisogna smarrire mai. Tornassi indietro, varcherei di nuovo quel portone! l

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