Marche: legge 194, indietro non si torna - di Aurora Ferraro

“Legge 194: indietro non si torna!” era lo slogan della partecipata e colorata manifestazione che si è tenuta lo scorso 6 febbraio ad Ancona, in contemporanea con altre manifestazioni in altre città marchigiane, indetta da un variegato coordinamento che ha messo insieme oltre 70 tra partiti del centrosinistra (tutti), associazioni femminili e femministe, Cgil e sindacati di base, Anpi, Arci, e altri. Destinataria la nuova giunta di centrodestra (più destra che centro), eletta alle ultime elezioni regionali e guidata da Francesco Acquaroli, Fratelli d’Italia, fortemente voluto da Giorgia Meloni anche per le sue spiccate nostalgie per il ventennio fascista.

Questa coalizione ha da subito manifestato la volontà di attaccare le donne, i loro diritti e la loro dignità, componendo una giunta con una sola donna: la delibera di nomina è stata impugnata al Tar Marche dalla consigliera di parità regionale.

L’unica assessora, della Lega, con delega alle pari opportunità (!), si è presentata dichiarando la sua contrarietà all’aborto. Preludendo a quanto sarebbe successo poco tempo dopo, il 26 gennaio, e cioè il respingimento della mozione di una consigliera democratica, con la quale si chiedeva l’estensione dell’uso della pillola abortiva Ru486 nei consultori marchigiani, come previsto dalle linee guida del ministero della Salute dello scorso agosto. Anche per ovviare al grave ritardo della Regione Marche nella diffusione di questo metodo farmacologico, ferma al 6% del totale delle interruzioni volontarie di gravidanza praticate nelle Marche, contro la media nazionale del 21%.

Nel corso della discussione in aula, il capogruppo di Fratelli d’Italia, Carlo Ciccioli, vicino fin da giovane ai gruppi di estrema destra, è intervenuto per sostenere come la battaglia per l’aborto sia di retroguardia perché il vero problema, oggi, è la denatalità degli italiani che sta causando “la sostituzione etnica”. Parole gravissime, che, da un lato offendono le donne, viste come mere riproduttrici di “figli per la patria”, e calpestano il loro diritto all’autodeterminazione sancito dalla legge 194 e, dall’altro, fanno emergere plasticamente il tasso di razzismo e xenofobia di questa maggioranza.

Questa irricevibile provocazione ha suscitato una immediata e ampia indignazione dalla quale è scaturito quel consistente movimento che ha riempito alcune piazze e, in particolare, la piazza centrale di Ancona e non solo dei “soliti noti”, ma anche di tante e tanti giovani che hanno compreso la pericolosità di chi oggi guida la Regione.

Viene anche il motivato sospetto, però, che quest’attacco rozzo e scomposto ai diritti delle donne serva a deviare la discussione da quelli che sono i problemi che, anche e in particolare nelle Marche, definiscono una comunità le cui componenti, gli uomini e le donne, viaggiano a diverse velocità, con gravi ritardi per quello che riguarda le donne. Problemi, per la verità, pre-esistenti all’avvento del centrodestra e colpevolmente disattesi dai precedenti governi di centrosinistra, determinando, anche per questo motivo, la recente debacle elettorale.

Sono i problemi che da anni anche le tre confederazioni, trainate in particolare dalla Cgil Marche, guidata (sarà un caso?) da una donna, provano a mettere al centro del confronto/scontro con la Regione. Il lavoro delle donne, tanto per cominciare, il lavoro che manca, anche a seguito dalla pandemia, che incrementa il dato della disoccupazione femminile, ma, soprattutto, il dato di coloro che escono dal mercato del lavoro smettendo di cercare occupazione, dato in forte aumento (+ 9,3%).

Quando il lavoro c’è, per tante donne è un lavoro precario, intermittente e di scarso contenuto economico. Certo non sono sostenute da una rete di servizi sociali che permetta loro di uscire dall’atavico ruolo di “angeli del focolare”: mancano asili nido, e quando ci sono hanno tariffe troppo elevate, e mancano servizi di sostegno per i disabili e non autosufficienti.

Per quanto riguarda la salute delle donne, da anni assistiamo al pesante taglio di risorse destinate ai consultori che oggi risultano drasticamente diminuiti nel numero e nell’organico, tanto che ci sono consultori privi del ginecologo! E in merito alla legge 194, l’obiezione di coscienza degli operatori, oggi al 70%, fa sì che in tanti territori non venga garantita la sua applicazione, costringendo tante donne a recarsi fuori regione o a ricorrere all’aborto clandestino, con gravi rischi per la salute.

I sinistri echi che giungono dalle regioni governate dalla destra parlano di predisposizioni di leggi regionali “per la famiglia” che, è facile immaginare, saranno il compendio di indennizzi economici destinati a monetizzare il rientro a casa delle donne.

Dal 6 febbraio si parte, per radicare e strutturare una forte opposizione che deve contrastare “il laboratorio della destra più nera”, come titolava un articolo de La Repubblica il 7 febbraio. In questo percorso, non v’è dubbio, la Cgil Marche avrà un ruolo da protagonista, da agire in tutti i territori.

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