Una forte e autonoma iniziativa della Cgil di fronte al governo Draghi. Il ruolo della sinistra sindacale - di Sinistra Sindacale

Non è facile sintetizzare la ricchezza di una (video)riunione che ha visto la partecipazione di oltre 110 compagne e compagni e una ventina di interventi, oltre alla relazione e alle conclusioni di Giacinto Botti. Questo è stato l’incontro del coordinamento nazionale allargato di Lavoro Società per una Cgil unita e plurale dello scorso 23 febbraio. Tema centrale l’analisi, le valutazioni e la collocazione della Cgil di fronte al governo Draghi, dentro la perdurante tragedia della pandemia, che ridisegna le caratteristiche stesse della globalizzazione e, insieme all’enorme numero di vittime e contagiati, amplifica ulteriormente le diseguaglianze.

Una relazione di alto profilo quella di Botti, che ha ribadito, da un lato, il giudizio – più volte espresso anche su queste pagine – sulla natura e collocazione del nuovo governo; dall’altro tutti gli obiettivi che la Cgil ha posto in questi mesi e anni, a partire dal Piano del Lavoro e dalla Carta dei Diritti universali, dentro cui si collocano tutte le rivendicazioni. Rivendicazioni che non possono essere edulcorate, pur di fronte all’evidente arretramento del quadro politico, che, prima di tutto, la Cgil deve riconoscere come tale, senza farsi ammaliare dalle diffuse sirene neoconsociative.

Analisi e proposte sostanzialmente condivise dall’insieme degli interventi, che hanno arricchito il quadro sulle preoccupazioni – nostre e tra lavoratrici e lavoratori – su quello che farà e non farà il governo Draghi, e sul “senso di smarrimento” di iscritte e iscritti alla Cgil di fronte a quelle che sono apparse come troppo disponibili aperture di credito alla nuova compagine governativa.

Dalla scuola alla Pubblica amministrazione – indigeribile il ministro Brunetta - dal lavoro all’emarginazione del Mezzogiorno, dall’immigrazione all’idea di sviluppo sotteso al controllo di “tecnici” confindustriali sulla gestione del Recovery plan, dall’ulteriore impoverimento della democrazia (rischio che corre anche la Cgil) al fragoroso silenzio sul blocco dei licenziamenti, per le compagne e i compagni intervenuti sono evidenti i connotati finanziario-capitalistici del nuovo governo, così come il forte peso delle destre e un’ulteriore frammentazione del centro sinistra, esito ricercato della spregiudicata manovra politica di cui Renzi è stato esecutore.

Forte è la consapevolezza che dalla crisi e ristrutturazione innescata dalla pandemia non usciremo “come prima”; del tutto aperto è il bivio, se la direzione sarà verso il cambiamento e politiche alternative, o verso un ulteriore rafforzamento della finanza e del capitale a danno del lavoro, dell’ambiente, della coesione sociale. Il nuovo governo - con la possibile ripresa delle precedenti politiche di attacco ai diritti dei lavoratori, e ristrutturazione economica e sociale animata dalla “distruzione creativa” del capitalismo internazionale - rischia di rompere la “tregua sociale” che il Conte II, pur con i suoi evidenti limiti e le sue dosi di trasformismo, aveva rappresentato.

Per Lavoro Società è evidente la decisione dei poteri forti di instaurare un nuovo governo per garantire un controllo e una gestione dei fondi Ue in linea con gli interessi del nucleo forte del capitale europeo. Se anche non ci fosse una fase di “lacrime e sangue” - come è stato per i precedenti governi “tecnici”, Monti docet - dato che il Recovery prevede una fase espansiva per i prossimi anni, non bisogna dimenticare che il Patto di stabilità e crescita è solo sospeso; che aumenta l’indebitamento, e che lo scontro inevitabile è su chi, come e quando ne pagherà il conto.

La “ricetta” di riforma fiscale che si intravede dalle dichiarazioni programmatiche di Draghi non prevede alcuna tassazione delle grandi ricchezze – e anche la Cgil appare troppo timida su questo – e sembra voler ulteriormente appiattire la curva delle aliquote Irpef, forse con qualche sollievo per i redditi più bassi, ma con maggiori vantaggi per rendite, profitti, redditi molto alti, già notevolmente favoriti negli ultimi vent’anni. Così come la necessaria riconversione ecologica, fra i criteri del Next Generation Eu, rischia di essere trainata da finanza e grande industria, in un’ottica di ulteriore mercatizzazione di beni pubblici, territorio, ambiente, tempo delle persone.

In questo quadro è essenziale l’autonomia della Cgil, la sua capacità – pur in questa fase così difficile per le relazioni tra le persone – di un forte rapporto con lavoratrici, lavoratori, pensionate, pensionati, giovani e precari, delegate e delegati, per preparare le necessarie mobilitazioni in grado di conquistare gli obiettivi del programma votato dal Congresso. E fondamentale resta, dentro una Cgil che ancora stenta a riconoscere la sua natura plurale, il ruolo di una sinistra sindacale propositiva e fattiva, non chiusa in un recinto, fortemente ancorata ai posti di lavoro e alla pratica della democrazia, della partecipazione, della piena rappresentanza di lavoratrici e lavoratori in carne ed ossa.

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