Il 23 febbraio in piazza per far vivere il mondo dello spettacolo - di Nicola Atalmi

Il 23 febbraio è stata una giornata di mobilitazione nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori dello spettacolo in tutte le regioni, in decine di piazze. Una data simbolica perché era un triste compleanno, quello della chiusura a causa del Covid dei cinema, dei teatri, degli spettacoli dal vivo. Un anno in cui la pandemia ha travolto un variegato mondo del lavoro, prima di allora spesso sconosciuto, facendo emergere le dimensioni di una crisi che per vastità e profondità non ha paragoni. Sono stati i primi a fermarsi, dicevamo, e probabilmente saranno gli ultimi a ripartire. E dopo un anno cresce la certezza che anche quando questo maledetto virus sarà sconfitto, le realtà della produzione culturale, degli spettacoli dal vivo, del teatro, della musica, ne uscirà decimata.

La Cgil fin dall’inizio, con la categoria Slc, è stata al fianco dei lavoratori e ha costruito una rete con associazioni e movimenti spontanei nati nei territori, che hanno trovato testimonial d’eccezione fra attori come Pierfrancesco Favino e la compagna Ottavia Piccolo, uniti nello sforzo di tenere accesi i riflettori su ciò che sta accadendo.

Mentre ci sono fondazioni lirico sinfoniche e teatri che possono ancora contare su finanziamenti pubblici per reggere questa lunga serrata, anche se cresce anche lì la precarietà e si preparano esuberi, ci sono migliaia di realtà a cavallo tra la passione e la professione, tra l’autoimprenditorialità e la precarietà, che rischiano proprio di sparire per sempre.

Si tratta di una vera e propria filiera che comprende tutto il personale che si occupa di logistica, di palchi, di luci e impianti, che rappresenta un pezzo importante di attività economica e di occupazione nel nostro Paese, e versa ormai in una crisi insostenibile. Le conseguenze di questo stop hanno ricadute anche nel settore turistico strettamente connesso alle grandi stagioni teatrali e operistiche, totalmente saltate.

La crisi a causa della pandemia ha scoperchiato un mondo che purtroppo è fatto anche da forme di autosfruttamento generato dalla passione, ma anche di tanta evasione contributiva e lavoro nero.

Dopo un anno il mondo della produzione culturale e dello spettacolo chiede risposte, chiede che il grande patrimonio italiano non venga umiliato e disperso, chiede che questa grande crisi diventi occasione per mettere mano finalmente a una riforma legislativa, capace di riconoscere e tutelare le nostre professionalità invidiate nel mondo, un piano per stabilizzare l’occupazione, e una riforma degli ammortizzatori sociali in senso universale che superi la logica dei bonus.

Dobbiamo avere il coraggio di rivedere i criteri di gestione del Fondo unico spettacolo per renderlo più trasparente ed equo, dobbiamo offrire ai giovani un sostegno ed una prospettiva. E serve un piano per la riapertura in sicurezza che permetta una programmazione e una prospettiva. “La cultura è un bene comune”, hanno gridato migliaia di artisti, le maestranze, i tecnici e i musicisti.

Il giorno prima delle manifestazione in Veneto, Omar Rizzato, 41 anni, piccolo imprenditore della produzione di spettacoli dal vivo, si è suicidato nel suo capannone, sconfitto dall’ansia di un lavoro che non poteva più fare. Ma sono decine anche i casi che ci vengono segnalati di persone che, dopo decenni di sacrifici per imparare un arte, per studiare uno strumento musicale, per mettere in piedi una piccola compagnia teatrale, appendono la loro passione al chiodo, chiudono il loro libro dei sogni, e si trasformano in fattorini che consegnano pizze. L’Italia per la sua storia, per la ricchezza della sua tradizione culturale invidiata nel mondo, non deve permetterlo e nemmeno può permetterselo.

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