Algeria, il ritorno dell’Hirak - di Luciano Ardesi

Dopo quasi un anno di sospensione volontaria e responsabile dovuta alla pandemia, la protesta dell’Hirak, “movimento” in arabo, è tornata a farsi sentire per le strade dell’Algeria. Chi lo dava per morto dopo un così lungo silenzio si è dovuto ricredere. A due anni dal suo inizio l’Hirak si trova di fronte a nuove sfide e a nuovi ostacoli, a cominciare dalla volontà del potere di chiudere la stagione delle proteste.

Per comprendere la fase attuale è bene ricordare che la mobilitazione era iniziata su scala nazionale il 22 febbraio 2019, un venerdì, contro l’ipotesi di un quinto mandato dell’allora presidente Bouteflika, al potere dal 1999. Colpito nel 2013 da un ictus e visibilmente incapace di governare, Bouteflika è la rappresentazione plastica di un sistema di potere che si auto-perpetua attraverso le alleanze tra vari centri di potere, i clan, con l’esercito a fare da garante dell’equilibrio. Non a caso la protesta ha avuto come obiettivo immediato non tanto Bouteflika, che sarà costretto a rinunciare alla candidatura e a dimettersi dopo vent’anni di potere, quanto “il sistema”, fortificato dalla corruzione.

Fin qui l’Hirak assomiglia a uno dei tanti movimenti di protesta che attraversano il mondo. Quello che caratterizza l’Hirak è la sua composizione sociale plurale, dagli strati popolari alle élite (avvocati, medici, quadri delle imprese pubbliche), passando per gli studenti. La presenza dei giovani dipende dalla demografia (il 45% della popolazione ha meno di 25 anni) e non da una dimensione esclusivamente giovanile. La peculiarità dell’Hirak è però la sua assoluta nonviolenza, un carattere non scontato se si pensa alla storia del Paese, diventato indipendente con la lotta armata (1954-62) e attraversato negli anni ’90 da un terrorismo diffuso.

Da metà febbraio le manifestazioni sono riprese con la consueta cadenza settimanale, il venerdì la protesta generale, il martedì gli studenti, e con un Hirak al femminile in occasione dell’8 marzo. La crisi sociale ed economica (- 5,2% del Pil nel 2020), causata dalla pandemia e dalla caduta del prezzo del petrolio, ha fatto sì che l’Hirak abbia aggiunto agli slogan per la democrazia quelli di natura socio-economica. In vista del secondo anniversario della protesta popolare, il presidente Tebboune aveva liberato alcune decine di detenuti d’opinione, ma la repressione è ritornata immediatamente dopo.

Dopo un’assenza complessiva di circa tre mesi, a causa del Covid e delle sue conseguenze, a febbraio il presidente Tebboune ha voluto riprendere in mano il Paese con un rimpasto governativo e lo scioglimento della Camera dei deputati. Le elezioni anticipate sono fissate per il 12 giugno, e vedranno una diminuzione dei seggi (407 contro i 462 attuali). Il tentativo è quello di costruire una nuova legittimità, per sottrarre all’Hirak i motivi della protesta.

L’impresa appare un azzardo, come lo erano state in precedenza l’elezione di Tebboune nel dicembre 2019 e l’adozione di una nuova Costituzione per via referendaria nel novembre scorso, caratterizzate da una fortissima astensione. Nata senza il coinvolgimento del movimento popolare, la Costituzione ha introdotto poche novità, come il limite di due mandati presidenziali, e non ha risposto alle aspettative dell’Hirak che aveva invocato una Conferenza nazionale per ridisegnare completamente la struttura del potere, compresa l’epurazione della classe politica complice del “sistema”.

Mentre la pletora dei partiti che popolano lo scenario politico si è pronunciata nella sua quasi totalità per la partecipazione al voto anticipato, l’Hirak lo respinge. Al suo interno si è riproposto il dibattito sull’opportunità di darsi una struttura; la maggioranza ritiene che la mancanza di organizzazione costituisca il suo punto di forza, contro i tentativi di recupero da parte del regime e dei partiti tentati dal prenderne l’eredità (e i voti).

Nel frattempo il potere oscilla tra repressione delle manifestazioni e dichiarazioni arroganti, secondo le quali avrebbe già dato una risposta alle giuste rivendicazioni popolari. Manca peraltro al movimento una chiara definizione degli obiettivi e degli strumenti per raggiungerli. Finora le manifestazioni nonviolente sono state sufficienti a mantenere una certa unità, a respingere i tentativi di infiltrazione e di divisione, e a delimitare con chiarezza i principi “non negoziabili”. La pandemia non sembra aver fiaccato la volontà popolare, ma il rischio che il potere voglia uno scontro definitivo, dagli esiti imprevedibili, rimane aperto.

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