Cinque anni dal primo sciopero globale femminista e transfemminista - di Sveva Haertter

Riceviamo e pubblichiamo. 

L’8 marzo 2021 ho partecipato per la quinta volta alla giornata di sciopero lanciata da NonUnaDiMeno, quest’anno, nella situazione data dalla pandemia, più che mai importante e significativa. Una situazione che, come credo sia universalmente noto, ha significato un drammatico aumento della violenza contro le donne e i bambini e dei femminicidi, una crescita vertiginosa della disoccupazione femminile, un aggravio del lavoro di cura, in condizioni rese ancora più difficili dalla situazione di emergenza e chiusura, così come dalla condizione di isolamento e pressione data dal cosiddetto lavoro agile o smart working. Basti pensare cosa significa passare una giornata in smart working con i figli in didattica a distanza o a scuola, anziani da assistere, e chi più ne ha più ne metta.

A questo proposito non posso che sottolineare quanto sia assurdo che le nuove misure di congedo parentale e bonus baby sitter non siano fruibili da chi si trova in smart working, come se il fatto di lavorare da casa fosse di per sé un’agevolazione (o peggio, se questa modalità fosse scambiata per una misura di conciliazione), e non significasse invece lavorare il doppio, con una mano sul computer e l’altra a girare il sugo.

Anche se per brevità accennata molto sinteticamente e superficialmente, a chi fa attività sindacale dovrebbe essere chiaro quanto sia grave la situazione e quanto la condizione delle donne in Italia – e in particolare delle donne lavoratrici – già di per sé penalizzata rispetto a quella degli uomini e rispetto a quella delle donne in altri Paesi europei, sia al limite della sostenibilità. E altrettanto chiaro che dovrebbe essere quanto mai importante lottare contro questa situazione con le iniziative proprie di un sindacato, quindi con lo sciopero.

Sono così rimasta sorpresa dal fatto che nell’articolo sul numero 5/2021, che ripercorre la storia dell’8 marzo, non ci fosse alcun accenno allo sciopero femminista, al quale, oltre ai sindacati di base, anche molte Rsu costituite da delegate e delegati appartenenti ai sindacati confederali (come peraltro quella del mio posto di lavoro) aderiscono con convinzione, facendo sciopero a livello aziendale, molto spesso anche su richiesta diretta ed esplicita delle stesse lavoratrici. Dopo cinque anni sarebbe ora che l’intera sinistra sindacale portasse con forza e da subito il tema dello sciopero dell’8 marzo nel dibattito interno della Cgil, se non altro per evitare che il prossimo anno ancora una volta la Cgil si possa sottrarre alla proclamazione dello sciopero in occasione dell’8 marzo, con l’ennesima pretestuosa giustificazione, perseverando nel suo sempre più incomprensibile quanto inopportuno rifiuto, e nascondendosi dietro a diciture via via più fumose e opinabili.

Non sarebbe invece il caso di aprire un serio dibattito in Cgil, ascoltando una volta tanto quelle lavoratrici e quelle delegate che hanno mille e mille ragioni per scioperare, e che ormai da cinque anni lo fanno? Forse si potrebbe addirittura arrivare alla conclusione che uno sciopero con una corrispondente forte mobilitazione per l’8 marzo, includente e diffusa, sia un fatto doveroso e dovuto, e che non può essere liquidato dicendo “non ne abbiamo discusso” o “non aderiamo a iniziative di altri sindacati non confederali”, o chissà cos’altro potrà essere in grado di formulare la Cgil il prossimo anno, per mascherare malamente la propria pavidità. Insomma, per farla breve, invece di affermare che NonUnaDiMeno non ha cercato un dialogo (?) o altre astrusità del genere, non potrebbe la Cgil provare a dialogare con quelle lavoratrici e delegate? Come organizzazione sindacale peraltro potrebbe e dovrebbe farlo tutti i giorni, non solo a ridosso dell’8 marzo.

Anche quest’anno a fine corteo la piazza è rimasta in silenzio per poi gridare all’unisono “Siamo il grido altissimo e feroce di tutte quelle donne che più non hanno voce!”. E una voce in questo momento sentono di non averla anche tutte quelle donne chiuse in casa davanti al computer, massacrate da turni di lavoro stressanti e pervasivi, dalle tante difficoltà che il cosiddetto smart working (assai più working che smart) comporta per tutte.

Almeno per quanto di sua stretta competenza, ovvero le condizioni di lavoro, per una volta potrebbe provare a esserlo anche la Cgil? In effetti a quanto questo sia necessario potrebbe perfino arrivarci da sola, a prescindere dalle scadenze.

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