Unicoop Firenze, l’esercito della salvezza nella guerra al virus - di Frida Nacinovich

Per le famiglie alle prese con la pandemia, una delle poche certezze in questo ultimo anno è stato poter andare a fare la spesa. Anche se il Covid 19 costringe al coprifuoco notturno, a non uscire dal comune di residenza, addirittura a restare chiusi in casa, mangiare e bere pur bisogna. Così gli alimentari di quartiere e i piccoli e grandi supermercati sono diventati ancor di più un appuntamento fisso della giornata. E, in Toscana, a fare la parte del leone è sicuramente Unicoop Firenze. Con il suo centinaio abbondante di punti vendita, distribuiti in quasi tutta la regione, l’azienda riesce a soddisfare le esigenze, e anche le voglie, di centinaia di migliaia di cittadini consumatori. La qualità dei prodotti e la convenienza dei prezzi fanno sì che Unicoop Firenze se la giochi da pari a pari con le altre imprese della grande distribuzione organizzata. Comprese le multinazionali, che per tenere botta nel settore ad alta concorrenza sono costrette, volenti o nolenti, a contenere i prezzi, e ad assicurare prodotti freschi e di qualità.

‘La Coop sei tu, chi può darti di più?’. Il sempreverde messaggio pubblicitario è diventato nel tempo un vero e proprio modo di dire. Per i toscani la spesa alla Coop è una sorta di rito laico. E gli abitanti di Santa Croce sull’Arno, nel cuore del distretto conciario lungo l’asse dell’Arno che da Firenze porta a Pisa, non fanno eccezione. Luigi Celentano, che in Unicoop Firenze lavora da quasi vent’anni, ormai li conosce quasi tutti. Dai quindici agli ottant’anni e passa entrano nel supermercato e fanno la spesa. I più giovani per comprare un pezzo di pizza, una schiacciata ripiena e una bibita, i più attempati per tenere la dispensa di casa pronta a qualsiasi evenienza.

“Il nostro è un piccolo punto vendita, con trentaquattro dipendenti - racconta Celentano - un anno fa ci siamo trovati all’improvviso in prima linea. Eravamo uno dei pochi servizi che potevano restare aperti, considerati essenziali in ogni decreto della presidenza del consiglio dei ministri, anche nei due mesi di lockdown completo. La prima ondata è stata scioccante, clienti di ogni età e di ogni estrazione sociale si sono riversati in tutti i negozi aperti, come un fiume in piena. Volevano fare scorte, hanno comprato di tutto, in particolare pane, latte, farina, lievito madre. E poi guanti, disinfettanti, surgelati, articoli per la casa, chi più ne ha più ne metta. Ci siamo trovati a dover gestire una situazione straordinaria”. Celentano, le sue compagne e i suoi compagni di lavoro non si sono fermati un secondo. Il paese era bloccato, come congelato, ma gli alimentari dovevano restare aperti, per forza di cose.

Rappresentante sindacale per la Filcams Cgil da una decina di anni, coordinatore della Zona del Cuoio, Celentano è anche Rsl, delegato alla sicurezza sul lavoro: “Nella prima fase delle restrizioni non c’erano mascherine a sufficienza, quelle che avevano distribuito non erano in grado di fornire una protezione adeguata”. Tutti ricordiamo le file all’ingresso dei supermercati, il contingentamento necessario per cercare di non propagare il virus, la distribuzione di mascherine quando non ce ne erano o ce ne erano poche. Un anno dopo, con l’Italia per metà in rosso e l’altra metà in arancione, si parla di una terza ondata del virus. “Se prima da parte dei clienti c’era molta attenzione - osserva Celentano - ora si avverte un po’ di stanchezza, di insofferenza che rischiano di far calare sotto il necessario livello di guardia il rispetto delle norme di sicurezza”. Così dentro ogni negozio si moltiplicano i richiami ad un corretto uso dei dispositivi di protezione individuale, dalla mascherina che deve coprire completamente la bocca e il naso, alla distanza di sicurezza di almeno un metro tra cliente e cliente.

“Tolta una relativa quiete nei mesi estivi - spiega Celentano - abbiamo lavorato tantissimo, con sanificazioni continue, più volte al giorno”. In questa cornice emergenziale, le relazioni tra i rappresentanti sindacali e Unicoop hanno permesso di raggiungere buoni risultati. “Dobbiamo firmare il contratto integrativo, quello di secondo livello, scaduto nel 2016, ben cinque anni fa. Siamo andati avanti con la proroga, ci sono alcuni capitoli, in particolare su salute e sicurezza, da rivedere e migliorare”.

L’anno di pandemia non ha bloccato gli affari di Unicoop Firenze. “La cooperativa lamenta comunque perdite nei punti vendita dei centri commerciali - precisa Celentano - con l’arrivo dei discount bisogna sempre darsi da fare per garantire buoni prodotti a prezzi concorrenziali, tutelando al tempo stesso i diritti anche salariali delle lavoratrici dei lavoratori”. Distribuiti nei diversi punti vendita lavorano poco meno di 7mila dipendenti. Un piccolo esercito della salvezza per le famiglie italiane, che anche in tempo di guerra al virus hanno potuto contare sulla grande distribuzione alimentare di Unicoop Firenze.

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