No alla privatizzazione confindustriale delle vaccinazioni - di Giacinto Botti

Ascoltando recentemente una eccellente trasmissione speciale di Radio Popolare, con l’intervento di esterni e di ascoltatori, sul Covid, il diritto al vaccino e in particolare la situazione in Lombardia, sono intervenuto per esprimere il mio pensiero critico verso alcuni interventi. Sono rimasto allibito dalle parole della vicesindaca di Milano, e di coloro che giustificano il protocollo regionale sulla vaccinazione nei luoghi di lavoro, voluto dalla giunta lombarda di centrodestra e firmato solo dalle parti datoriali, senza il coinvolgimento e anzi con l’esplicito dissenso di Cgil Cisl Uil regionali.

Fra poco, a furia di scivolare in basso e regionalizzare e settorializzare il diritto universale alla salute, alimenteremo pure noi una società di diseguaglianze, mettendo al centro il mercato e il profitto e non la vita delle persone.

Ai padroni, come abbiamo visto anche a marzo dello scorso anno, non interessano la salute individuale del lavoratore e il bene del Paese, ma il loro interesse, il loro mercato e il loro profitto. Non interessa il diritto alla salute del cittadino, ma la funzione del lavoratore-produttore.

Chiamiamo le cose per quelle che sono. Fra poco si rischia di dare ragione a Letizia Moratti che, nella sua veste di assessore alla sanità lombarda, chiedeva di vaccinare prima i cittadini lombardi, perché in Lombardia si producono di più Pil e merci.

Davanti a più di 300 morti ogni giorno, si sta facendo una discussione importante ma a tratti surreale. Le priorità e le indicazioni nazionali sul vaccino vengono stravolte e, anche sul diritto alla salute e al vaccino, assistiamo alla peggior politica, al peggior paese delle corporazioni, delle lobby, dei furbi, e dei privilegi. Una vergogna.

Il bene comune e l’universalità del diritto alla salute, sanciti dalla Costituzione, sono vuote parole. Mentre mancano i vaccini, a causa del senso proprietario delle multinazionali e di una politica arrendevole, le persone fragili e di età oltre gli 80 anni muoiono, e molte non sono ancora vaccinate. Siamo un Paese che ha già oltre 100mila morti in un anno. Non numeri ma persone, vite di una generazione. Come non sono ancora vaccinati tutti coloro che ci curano negli ospedali, ci garantiscono pulizia, pranzi, servizi essenziali, o lavorano nei luoghi di contatto con il pubblico. Tutti e tutte a rischio.

Nella scandalosa situazione lombarda, mia madre di 93 anni, come tanti altri cittadini con età a rischio o patologie gravi, non ha ancora fatto il vaccino. Queste persone stanno rischiando la loro vita perché non è più considerata “produttiva”. Conta meno di altre.

Quale cambiamento pensiamo di realizzare se non sconfiggiamo una Confindustria che persegue la sua politica di interesse particolare e dimentica le sue responsabilità sui tanti morti per la non avvenuta chiusura delle tante aziende a Brescia, a Bergamo e nelle valli adiacenti? La zona rossa irresponsabilmente non decretata dalle istituzioni regionali per le pressioni del padronato lombardo è una delle cause dei tragici numeri che abbiamo vissuto e viviamo nella nostra regione. Non dobbiamo dimenticare nulla, per rispetto a chi ha pagato con la vita. Siamo ancora in attesa dei risultati delle indagini della magistratura dopo le denunce dei vari comitati territoriali. Non dobbiamo dimenticare.

Infine occorre ricordare, a chi nulla conosce dei posti di lavoro, che il tanto richiamato medico di fabbrica per fare le vaccinazioni purtroppo nella maggior parte delle aziende non esiste più. In tanti luoghi di lavoro non esiste neppure una infermeria, o luoghi adeguati per la vaccinazione. E ricordo che il 95% delle aziende lombarde ha mediamente cinque dipendenti. È prevedibile che, di conseguenza, si creeranno nuove differenze e diseguaglianze fra chi lavora in una azienda grande e chi in una piccola, fra chi lavora in un’azienda iscritta all’associazione datoriale e chi no. Fra chi fa un lavoro precario o in nero e chi no.

La frantumazione della società democratica e solidale avviene anche nei luoghi di lavoro sul diritto costituzionale alla salute e alla cura. Si alimenterebbe una cultura che dobbiamo combattere. Rimettiamo le cose al loro posto, altrimenti rischiamo anche sui vaccini di scivolare nella peggior cultura neoliberista, qualunquista e corporativa. Quale miglior futuro pensiamo di costruire se, anche dentro a questa tragedia, che come tanti conosco personalmente, si alimenta un’idea di società mercantile, diseguale e in mano a lobby, al mercato e agli interessi particolari e non generali?

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