Senegal, la democrazia alla prova della crisi politica e delle violenze - di Cheikh Tidiane Gaye

Clima politico teso, un’accusa di stupro verso il principale oppositore genera violente manifestazioni nell’intero Paese. 

Come rilevato dalla stampa internazionale, il Senegal, conosciuto come il paese più tranquillo dell’Africa Occidentale, sta attraversando una crisi molto profonda. Ex colonia francese, noto come il paese della ‘teranga’, ovvero dell’ospitalità, il Senegal ottenne la sovranità nel 1960, sotto la guida del grande letterato e politico Léopold Sédar Senghor. Sede dell’ex capitale dell’Africa Occidentale Francese (Aof) prima dell’indipendenza, il Paese è stato sempre un punto di importanza strategica per la posizione geografica, sia durante la schiavitù che nel periodo coloniale. Questa sua condizione fu potenziata dai francesi anche in campo militare.

In seguito si sono succedute due ideologie alla guida del Paese. Sin dai primi anni del suo accesso alla sovranità internazionale, che occorre chiamare fase postcoloniale, il Paese è stato visto fiorire culturalmente, guidato dal socialista Senghor per vent’anni, dal 1960 al 1980. Il suo nome è rimasto nella storia politica africana per esser stato uno dei rari presidenti a lasciare il potere per scelta personale. Un buon esempio, rimasto nella narrazione politica.

Il suo successore, Abdou Diouf, membro dello stesso partito, governerà fino agli inizi del 2000, sconfitto pesantemente dopo una crisi economica provocata dalle politiche di tagli imposti dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale; gli succedette l’avvocato Abdoulaye Wade. Quest’ultimo, membro dell’Internazionale Liberale, guiderà il paese per altri dieci anni, fino a quando il suo primo ministro, Macky Sall, ex-membro dello stesso partito, lo batte.

Dal 1960 ad oggi, la giovane Repubblica ha conosciuto sostanzialmente due ideologie politiche alla sua guida: socialisti e liberali. È stato un paese che ha rinnovato le sue istituzioni ed eletto democraticamente la sua élite di governo tramite le urne. Anche per questo è conosciuto per la sua tranquillità, la sua apertura, il suo senso viscerale del dialogo, nonché il suo clima di grande serenità, dovuto alle relazioni di pace esistenti tra la popolazione composta da varie etnie, e il rispetto tra le religioni.

Tra l’altro, viene preso come esempio sul tema del dialogo interreligioso per aver avuto per vent’anni un presidente della Repubblica cattolico in un paese al 90% di fede islamica. Infine è uno dei rarissimi paesi che non ha mai avuto un colpo di Stato, per cui viene annoverato tra i più democratici dell’Africa subsahariana.

Questa democrazia fragile e molto giovane, di soli sessant’anni di vita politica, si è ritrovata ultimamente al centro della stampa internazionale. Il presidente Macky Sall vinse le elezioni con un esito plebiscitario, col sostegno di molti giovani, guadagnò la fiducia di gran parte dei senegalesi promettendo radicali cambiamenti: la limitazione del mandato presidenziale a due sole legislature, la moralizzazione dell’amministrazione in generale, la lotta contro la corruzione, l’avviamento di un piano per garantire l’occupazione ai giovani, la costruzione di un grande progetto politico che denominò ‘Senegal Plan Emergent’ e la lotta all’immigrazione clandestina.

Ma la crisi economica, i molteplici arresti di giornalisti, e lo sperpero delle ricchezze dello Stato da parte di alcuni membri del suo partito e di suoi stessi familiari, hanno determinato una frattura politica. La crisi economica attuale, dovuta al coronavirus, è stata usata dal presidente della Repubblica per allargare la sua maggioranza. Una strategia che divide e indebolisce l’opposizione. L’inserimento nell’esecutivo del capo dell’opposizione Idrissa Seck, leader del secondo partito (che si assesta al 39%), viene interpretato come un tentativo di appoggio per un terzo mandato.

Ora il capo dell’opposizione è Ousmane Sonko, arrivato terzo alle elezioni con il 19% dei voti, originario del sud del Senegal, classe 1974, ispettore delle imposte, brillante percorso accademico e amato da molti giovani. Sonko gode anche del sostegno dei senegalesi della diaspora per le sue idee considerate rivoluzionarie, molto critico verso le potenze europee e soprattutto verso la Francia, ex paese colonizzatore.

Sonko incarna l’antisistema. E per combattere il capo dell’opposizione, come sostengono molti senegalesi, alcuni dirigenti del partito del presidente si sono inventati lo scenario di uno stupro, accusando Sonko di aver avuto rapporti sessuali con una ragazza impiegata come massaggiatrice. La vittima è una giovane di 21 anni. Lo stupro, le accuse, l’iter non pienamente legale adottato dal governo per togliere l’immunità parlamentare al capo dell’opposizione, sono tra le varie ragioni che continuano a far pensare che il presidente della Repubblica e il suo governo avrebbero messo in scena un complotto ai danni dell’opposizione, e particolarmente del suo leader Sonko. Questo consentirebbe al governo di dichiarare la sua incandidabilità, e permetterebbe all’attuale presidente di poter continuare a governare.

Il 3 marzo scorso Sonko è stato arrestato. Questa situazione ha spinto studenti, giovani e molti oppositori a mobilitarsi per impedire la carcerazione. Lo stupro c’è stato o non c’è stato? Intanto va considerato che questa storia è stata usata dall’opposizione per ottenere un alto consenso nell’elettorato, composto in larga parte da giovani che non trovano lavoro per cui hanno un destino molto incerto. Allo stesso tempo, non possiamo non allontanare l’idea di un complotto, ma in ogni caso la giustizia in un Paese normale avrebbe l’incombenza di verificare i fatti, di approfondire le indagini, e di arrivare a una sentenza.

Questa storia dello stupro diventa un romanzo politico, e l’epilogo lascerà sempre dubbi in un Paese dove il sistema parlamentare, quello giudiziario e quello esecutivo rimangono nelle mani del presidente della Repubblica. E se anche il capo dell’opposizione fosse ritenuto colpevole di questo crimine, la coscienza collettiva ne dubiterebbe per sempre. Così questa storia rocambolesca ha spinto i movimenti antisistema a danneggiare gli interessi europei, e particolarmente le aziende francesi presenti in Senegal, bruciandole. La catena commerciale Auchan, le aziende come Total, Eiffage e tante altre realtà economiche occidentali hanno pagato il prezzo più alto in questi ultimi giorni.

Il Senegal, considerato come un Paese molto tranquillo, dove occidentali e cinesi hanno creato un grande mercato di scambio, sta cambiando volto. Ci sono vari dubbi sulla credibilità della sua classe dirigente, la popolazione è ancora coesa ma c’è incertezza nello sconfiggere la povertà e garantire un futuro sicuro alle prossime generazioni. La nascente classe politica vuole cambiare il sistema. Ma quale sistema? Le accuse rivolte all’Occidente sono tante: l’Europa è la causa della povertà e dello sfruttamento. Gli appalti vengono dati alla Francia e alle potenze europee. Il passato coloniale viene proposto come rigurgito per indurre le coscienze giovanili a prendere in mano il destino e il futuro del Paese: è ciò che l’attuale capo dell’opposizione Ousmane Sonko, ben quotato come presidente della Repubblica, declamava nei suoi comizi.

Ora sembra prematuro delineare qualche conclusione sulla storia dello stupro. Il Paese aspetta la sentenza della giustizia. Le confraternite religiose, la Chiesa, i saggi spirituali del Paese e la comunità internazionale hanno invitato il governo al dialogo, alla rimozione delle ostilità. Indipendentemente da ciò, verrà fatta luce sul caso. Il sesso al centro della polis, come nel caso di sexgate di Bill Clinton o, nel 2011 per il socialista francese, allora alla guida del Fondo Monetario Internazionale, Dominique Strauss-Kahn, con l’accusa di tentata violenza sessuale ai danni di una cameriera: diede le dimissioni, ma l’accusa fu archiviata. L’ultima cronaca sarebbe il bunga-bunga, le serate ad Arcore nella villa di Silvio Berlusconi.

In un paese meno sviluppato, la storia sessuale è stata portata ai massimi livelli con violenze che hanno causato una decina di morti, coprifuoco, perdite economiche, incendi; un intero Paese messo in ginocchio. Dobbiamo ribadirlo, purtroppo: l’unico perdente per ora è il popolo, dimenticato dai suoi politici, grandi calcolatori dei propri interessi.

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