Tripoli, bel suol d’amore - di Sinistra Sindacale

Non sarà mai sufficiente l’indignazione di fronte alle sciagurate parole del presidente del Consiglio, Mario Draghi, nella sua recente visita al suo omologo libico Abdel Hamid Dbeibah, alla guida del governo di transizione incaricato di traghettare il paese al voto del prossimo 24 dicembre. Dietro alla rabbia e all’indignazione, dobbiamo però onestamente riconoscere che la “soddisfazione” di Draghi rappresenta perfettamente la sostanza delle politiche e degli obiettivi del governo italiano e delle istituzioni europee: consegnare ai libici, costi quel che costi, la difesa a sud dei confini europei, contro quella che viene considerata l’“invasione” da parte di profughi e migranti.

Del resto, nelle stesse ore, Ursula von der Leyen e Charles Michel – in quello che passerà alla storia come l’incontro del maschilismo e della misoginia di due leader politico-istituzionali che lasciano senza sedia la presidente della Commissione – incontravano il “sultano” Erdogan con lo stesso intento di garantirsi, sempre a qualsiasi costo, la detenzione in Turchia dei profughi dalla Siria e da altri scenari di guerra, impedendo loro l’accesso al territorio comunitario.

Tornando alla Libia, è evidente la continuità del “governo dei migliori” con le disumane politiche di Minniti e di Salvini. Anzi, si ritorna esplicitamente ai rapporti di “fratellanza” e agli accordi allora stipulati da Berlusconi e Gheddafi; e pazienza se il dittatore libico è stato nel frattempo brutalmente eliminato, grazie alla guerra Nato cui l’Italia ha dato il suo fattivo contributo.

Lo storico rapporto coloniale con la Libia, cementato nel dopoguerra dagli interessi petroliferi gestiti dall’Eni, si è rafforzato negli ultimi quindici anni in nome delle politiche di respingimento dei migranti; espressamente vietate dal diritto internazionale, e dai famosi “principi e valori” europei.

Dal 2017 – anno della firma del memorandum Minniti - ad oggi, sono stati trasferiti dai ministeri italiani verso la Libia almeno 20 milioni di euro, che si aggiungono ai 57,2 milioni del programma europeo del Fondo fiduciario, spesi direttamente per formare, equipaggiare e regalare almeno 46 mezzi navali alle guardie costiere libiche, più 40 fuoristrada e minibus, sempre per impedire l’immigrazione. A questi si sommano le attività di coordinamento, supporto e formazione nell’ambito delle altre missioni navali nel Mediterraneo, e missioni internazionali sia italiane che europee (780 milioni dal 2017).

A questi costi economici si aggiungono quelli, incommensurabili, in vite umane. Nel 2017 le intercettazioni delle cosiddette guardie costiere libiche sul numero degli arrivi in Italia erano il 9%, mentre nel 2020 un profugo su due è stato vittima di respingimento. Dal 2017 al 27 marzo scorso sono state oltre 55mila le persone riportate in Libia.

Sempre dall’anno della firma del Memorandum, nel tentativo di attraversare il Mediterraneo centrale, hanno perso la vita non meno di 6.649 persone, donne, bambini, uomini, secondo le stime dell’Oim. E tutti sono a conoscenza di dati e testimonianze, anche di agenzie delle Nazioni Unite, che parlano da anni di torture, morte, stupri, riduzione in schiavitù e violenze diffuse. Cinicamente però Draghi esprime soddisfazione per quello che fa la Libia, e si ostina a chiamare salvataggi i respingimenti delegati alla cosiddetta guardia costiera libica.

Già nel discorso programmatico avevamo riscontrato l’assenza di qualsiasi accenno al tema dell’immigrazione che non fosse legato alle politiche europee di chiusura delle frontiere, con l’ormai rituale richiamo alla “solidarietà” nella redistribuzione dei profughi in arrivo e, naturalmente, al sempre evocato (e quasi mai praticato) “rispetto dei diritti umani”.

Ma la solidarietà redistributiva rimane una chimera e, fra agenzia Frontex, accordi con Turchia, Libia e Paesi del Sahel, persecuzione giudiziaria nei confronti delle Ong che si adoperano per la ricerca e il soccorso dei naufraghi, campi di detenzione in Bosnia e altri Paesi di confine, la soluzione “umanitaria” italiana ed europea è quella di impedire – ripetiamo, a qualunque costo umano – che le persone arrivino sulle nostre coste o ai nostri confini.

C’è proprio di che essere soddisfatti, e di rendere omaggio ai leader delle fazioni libiche e al “sultano” Erdogan, successivamente definito un “dittatore di cui abbiamo bisogno”... Noi, invece, di fronte a questo ci vergogniamo di essere europei.

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