I lavoratori e le lavoratrici degli appalti pubblici, un esempio di sfruttamento prodotto dalla modernizzazione - di Federico Antonelli

La spinta incontrollata verso l’esternalizzazione dei servizi pubblici non ha sicuramente prodotto gli effetti annunciati da chi sosteneva che avrebbe generato risparmio della spesa pubblica e migliorato la qualità del servizio. Alla base dei provvedimenti legislativi che hanno progressivamente privatizzato alcuni servizi, anche essenziali, vi è la tendenza a considerare il sistema pubblico come un carrozzone caratterizzato da inefficienze diffuse e irrisolvibili, e a pensare che la gestione affidata a privati renda i servizi pubblici più efficienti. Nella realtà, questa convinzione ha dovuto fare i conti con la necessità, da un lato, di tagliare la spesa pubblica e, dall’altro, di continuare ad erogare il servizio. Nel mezzo ci sono i lavoratori e le lavoratrici, che hanno pagato e continuano a pagare il prezzo più alto di questa scelta, nonostante i tentativi sindacali di garantire tutele nei Ccnl dei settori caratterizzati dai cambi di appalto, come il multiservizi, la vigilanza privata, i servizi fiduciari e le mense.

Ogni nuova gara, con la conseguente aggiudicazione del servizio, da sempre rappresenta una fase complessa e rischiosa per chi lavora all’interno degli appalti. Se non vi fossero norme aventi forza di legge (inclusi i Ccnl), che riconoscono diritti a quei lavoratori e a quelle lavoratrici che in maggioranza lavorano con contratti part time e vivono con salari da fame, questi rischi sarebbero ancora più gravi. Garantire la stabilità occupazionale nei servizi pubblici esternalizzati non è mai stata la priorità del legislatore, sicuramente più preoccupato di ridurre i costi tentando di mantenere, magicamente, inalterati i livelli del servizio.

Pochissime sono le norme cogenti e, tra queste, c' è l’art. 50 del Codice dei Contratti, che prevede l’obbligo di inserire clausole sociali nei bandi di gara. Purtroppo il nuovo testo di legge delega sugli appalti, pur contenendo alcune norme assolutamente positive, cancella questo “obbligo” e introduce una labile “facoltà”, sancendo di fatto un ritorno al passato rispetto alle garanzie del milione di lavoratori e lavoratrici degli appalti. Questo di fatto reintroduce la necessità di contrattare, nei cambi di appalto, non soltanto la gestione delle ore di lavoro e le condizioni organizzative di ogni cantiere, ma addirittura il mantenimento stesso dei posti di lavoro di ogni singolo lavoratore, non riconoscendo obblighi assuntivi in capo alle aziende subentranti.

Eppure il forte rischio di infiltrazione della criminalità organizzata nelle procedure di gara, la possibilità di subappaltare e quindi di “inquinare” la genuinità dell’appaltatore principale, la proliferazione continua di norme derogatorie, il tentativo di semplificare il quadro normativo per favorire maggior trasparenza e velocità delle procedure e la perdita di qualità del servizio pubblico, avrebbero dovuto indurre il Parlamento a scelte opposte, ed a considerare la possibilità di re-internalizzare i servizi pubblici. Come ad esempio è successo per gli ex Lsu degli appalti scolastici, che da febbraio 2020 sono stati stabilizzati negli organici del personale Ata.

Per impedire la manomissione dell’art. 50, la Filcams, insieme a Fisascat e Uiltucs, ha messo in campo una forte mobilitazione con cui si chiedono norme che recuperino il principio dell’obbligatorietà delle clausole sociali per garantire, con la stabilità occupazionale, la tutela dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. È una campagna importante, che deve vedere impegnato tutto il corpo dell’organizzazione.

Questa vicenda impone anche una riflessione: sono maturi i tempi per sostenere che le politiche di esternalizzazione dei servizi pubblici sono state un fallimento, e che è urgente invertire la rotta. La pandemia ha mostrato la fragilità del Sistema sanitario pubblico, che ha traballato di fronte ad una emergenza straordinaria, soprattutto a causa della privatizzazione spinta che ha caratterizzato il settore negli ultimi decenni.

Durante i mesi bui del primo lockdown, negli ospedali i lavoratori e le lavoratrici dei servizi di pulizia e ausiliariato, mensa e vigilanza hanno continuato a lavorare a fianco del personale sanitario, correndo rischi per la salute propria e dei propri familiari. Hanno garantito il servizio (nelle prime settimane persino senza mascherine né guanti) anche quando nessuno sapeva esattamente come trattare il Covid19 ed evitare il contagio, per 7,15 euro lordi all’ora e con un Contratto collettivo nazionale scaduto da quasi dieci anni.

Come è possibile pensare di continuare così, ignorando che esiste un esercito di nuovi poveri che, ad ogni cambio di appalto, se va bene rischiano di subire una riduzione del salario; e se va male, con le novità legislative in discussione, rischiano di perdere il posto di lavoro?

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