A Cuba todo cambia. Nella continuità - di Vittorio Bonanni

“Todo cambia”. Così recita la bellissima canzone dell’argentina Mercedes Sosa. Tutto cambia anche a Cuba, dove esce di scena definitivamente lo straordinario gruppo dei “barbudos”, i rivoluzionari che il primo gennaio del 1959 entrarono all’Avana, mettendo la parola fine alla dittatura di Fulgencio Batista.

Raul Castro, che insieme a suo fratello Fidel, ad Ernesto Che Guevara e a Camilo Cienfuegos fu in prima linea nell’impresa, ha rassegnato le dimissioni da segretario del Partito comunista in occasione dell’VIII congresso svolto dal 16 al 19 aprile scorsi. Data scelta per commemorare il 60° anniversario della vittoria della Baia dei Porci, quando un gruppo di anticastristi sostenuto dagli Usa, arrivato nell’isola per rovesciare il governo rivoluzionario, venne sconfitto dalle truppe di Castro e Guevara. Raul ha lasciato l’incarico a favore di Miguel Diaz-Canel, già presidente dell’isola caraibica. Dei Castro nelle istituzioni è rimasta solo la figlia di Raul, deputata dell’Assemblea nazionale del Poder popular, molto attiva nel campo dell’educazione sessuale.

Un passaggio annunciato nel 2016, quando lo stesso Raul mise nell’agenda politica il tema del futuro di un Paese desideroso di una svolta e di un nuovo leader, anche perché, già nel 2011, era stato messo il limite di due mandati consecutivi per le massime cariche dello Stato. Un rinnovamento dunque previsto, sia pure in un contesto che muta con lentezza e tuttavia cerca di affrontare con dignità le terribili sfide di oggi, ivi compresa quella della pandemia, contrastata in modo esemplare.

Il nuovo leader del partito Diaz-Canel, ingegnere, con i suoi 62 anni è uno dei figli di una rivoluzione che non ha vissuto. Anche se al suo fianco restano altri protagonisti di quell’epoca, come il secondo segretario, José Ramón Machado Ventura, novantenne braccio destro di Raúl, e il comandante della rivoluzione, Ramiro Valdés, 88 anni, attuale primo vicepremier e figura chiave nei rapporti tra il partito e i militari. Insomma il nuovo segretario è un “giovane” circondato da anziani, come garanti di una continuità che però deve finire, soprattutto dal punto di vista economico, prima ancora che politico. Per chi, come Canel, veniva definito Diaz y Noche, “giorno e notte”, per via dell’impegno 24 ore su 24 nella guerra contro la corruzione che si annida nelle imprese statali, la sfida è da far tremare i polsi.

L’accanimento feroce ed anacronistico che gli Stati Uniti stanno attuando nei confronti dell’Avana rende le cose terribilmente complicate. Negli ultimi trent’anni, da quando cioè è finita l’era degli aiuti sovietici, Cuba è stata costretta a barcamenarsi in mille modi per sopravvivere. Malgrado siano diversi i partner economici dell’isola, soprattutto Cina, Spagna e fino a qualche anno fa il Venezuela di Hugo Chavez, questo non compensa la mancanza di relazioni con Washington, problema appesantito dalle ritorsioni Usa nei riguardi di chi intrattiene relazioni con l’Avana.

Sul versante sociale e politico la società cubana sta manifestando l’esigenza di un contesto plurale, come ha dimostrato alla fine dello scorso anno la protesta di artisti ed intellettuali del Movimento San Isidro, oltre al manifestarsi di un limite di consenso politico, con soli 670.000 iscritti al Pcc su 11,3 milioni di abitanti.

La pandemia ha comportato una contrazione del pil dell’11%, la peggiore dal 1993. Canel deve così dare avvio a riforme, in parte già realizzate e già annunciate da Raul. La nuova fase economica ha comportato, dall’inizio dell’anno, la fine della doppia moneta, che ha creato problemi e malumori tra chi ne traeva vantaggio. La Tarea Ordenamiento (nome della riforma monetaria) poco ha potuto contro l’aumento dell’inflazione, e l’allargamento della forbice sociale con l’apertura di attività commerciali basate sull’uso del dollaro. Scenario questo non nuovo, evidenziatosi alla fine degli aiuti sovietici e con l’impulso del turismo come asse trainante dell’economia del Paese. Mentre il settore legato all’agricoltura non decolla.

Cuba e i cubani sono abituati a vivere nella precarietà, ma questa situazione non può durare in eterno. E qui si torna ai rapporti con gli Stati Uniti. Dopo gli otto anni di presidenza Obama, durante i quali la Casa Bianca aveva cominciato ad aprire all’Avana favorendo in primo luogo il turismo e un possibile allentamento dell’embargo, l’arrivo di Trump ha peggiorato le cose, con un ritorno ad una paranoica guerra fredda. Canel ha assistito così all’approvazione da parte di Washington di ben 280 sanzioni aggiuntive, attraverso le quali il fautore dell’assalto al Campidoglio ha voluto garantirsi quell’elettorato di cubani anticastristi residenti a Miami il cui peso politico, dalla morte del leader Mas Canosa, era diminuito. La Casa Bianca non ha mai digerito lo smacco della Baia dei Porci e il fatto che, malgrado la caduta del muro di Berlino, il sistema cubano sia rimasto in piedi. L’augurio è che con Biden torni a suonare la musica di Obama, ma finora non abbiamo ascoltato nulla.

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