Dalle emergenze ai cambiamenti: quale idea di società - di Paolo Righetti

Le differenze fra destra e sinistra, l’attualità dell’antifascismo e dei valori della Costituzione. 

Stiamo ancora attraversando una straordinaria emergenza sanitaria-economica-sociale che ha evidenziato e accentuato le tante criticità e negatività dell’attuale modello di sviluppo, un modello fondato sulla prevalenza del mercato, del profitto e dell’interesse privato sul bene comune, sulla tutela della collettività e dei diritti universali, sulla stessa tutela della salute, come purtroppo è chiaramente emerso anche nella gestione della pandemia e della produzione e distribuzione dei vaccini.

E’ questo stesso modello la principale causa delle emergenze climatiche, sanitarie, economiche e sociali sempre più frequenti e fortemente interconnesse tra loro; della diffusione dei virus, della devastazione dell’ambiente, del territorio e della catena alimentare, il principale generatore delle diseguaglianze sempre più ampie e strutturali, dell’incremento intollerabile del lavoro povero e precario, della povertà assoluta e relativa, della drastica riduzione dei sistemi pubblici di tutela della salute, di istruzione e di protezione sociale.

La sfida per un futuro migliore, l’evoluzione dei processi economici e politici si gioca, a livello globale e locale, sulla relazione e lo scontro tra i diversi interessi territoriali e sociali, su quali obiettivi strategici assumere per i processi di trasformazione e di gestione della transizione verde e digitale, sul loro livello di sostenibilità economica, produttiva e sociale, su quali priorità destinare e vincolare gli investimenti e le risorse economiche.

E’ su queste dinamiche che anche nel nostro Paese si è aperto e si sta evolvendo un vero conflitto, un forte scontro sulla stessa gestione della pandemia e sulla destinazione dei nuovi strumenti di finanziamento europei, su quale equilibrio tra interessi diversi, sul controllo, l’indirizzo e la gestione delle grandi risorse del Recovery fund, sulla loro articolazione nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, su quali categorie sociali garantire di più nelle scelte di bilancio, nelle politiche fiscali e negli interventi economici di sostegno al reddito. E si è sviluppata quella perversa operazione politica che ha portato al governo Draghi e ad un quadro di riferimento politico-istituzionale in cui la destra, i cosiddetti “tecnici” e gli interessi affaristici e classisti hanno sicuramente un più alto potere di condizionamento e decisione sulle scelte strategiche.

La salvaguardia del pianeta, dell’ambiente e del territorio, la tutela e l’accesso universale alle risorse naturali e ai beni comuni, la tutela della sicurezza alimentare e della salute, la salvaguardia e l’estensione universale dei diritti sociali e del lavoro passano da un cambiamento radicale, dalla riconversione green delle produzioni, dall’utilizzo intelligente e a fini collettivi dell’innovazione tecnologica e digitale, da un rafforzamento dei sistemi pubblici di erogazione dei servizi primari ed essenziali. Contrastando l’idea e il rischio di limitarsi a una strategia di contenimento delle emergenze ed ‘efficientamento’ dell’esistente o, peggio ancora, di tornare alla “normalità”, a tutto come era prima, a privilegiare le vecchie logiche, quelle dello sviluppo, del consumo e della produzione senza limiti e vincoli, del gigantismo infrastrutturale, della totale “deregulation” sui vincoli ambientali e sui diritti del lavoro, della privatizzazione dei servizi e delle prestazioni essenziali.

E’ in questa divaricazione che, a tutte le latitudini, si sostanzia sul piano sociale e culturale la diversa idea di società fra destra e sinistra. Una differenza che si caratterizza da sempre anche nella contrapposizione tra una prospettiva di pace e cooperazione tra i popoli, gli Stati, i territori, e quella conflittuale dei sovranismi e dei nazionalismi, della competitività spinta tra Stati e tra Regioni all’interno dei singoli Stati, tra un’idea di diffusione universale del benessere e dei diritti, di integrazione dei migranti e quella della stratificazione e dell’immobilismo sociale, della divisione del mondo del lavoro, della guerra tra le fasce più deboli e fragili della popolazione, tra chi attribuisce un ruolo sempre più importante e strategico all’indirizzo, al governo e alla gestione pubblica dei processi, e chi pensa ancora che il mercato si autoregola e genera automaticamente diffusione di ricchezza e benessere.

Si tratta di una divaricazione di strategia e di prospettiva che, soprattutto in Italia, non trova da tempo adeguata e credibile declinazione nella rappresentanza politica della “sinistra”, e purtroppo vede in molte parti del mondo un processo di crescita politica, culturale ed elettorale della destra e delle varie forme di autoritarismo che la caratterizzano, accompagnata contestualmente da un processo di revisione storica e di minimizzazione dei devastanti danni dei vari fascismi.

Una destra da sempre capace di intercettare il disagio e il malcontento sociale, di spostare l’asse del conflitto dalle diseguaglianze sociali alle contrapposizioni etniche e territoriali, di incrementare il proprio consenso con proposte che hanno un carattere di tutela assistenziale ma non di estensione dei diritti, proponendo ricette apparentemente antisistema e interclassiste, per poi incanalarle a sostegno delle politiche iperliberiste, e a favore dei potentati economici e di determinate categorie sociali.

Certo le condizioni storiche, politiche e istituzionali sono cambiate, così come sono molto diverse le forme possibili di una deriva autoritaria e di una riduzione sostanziale degli spazi di democrazia, partecipazione, intermediazione sociale. Ma sono pericolosamente tante anche le analogie economiche e sociali di questa fase con quelle dei periodi più bui della nostra storia recente, della nascita del fascismo e del nazismo, sviluppatasi non con golpe militari ma attraverso il consenso e i meccanismi delle democrazie parlamentari.

E’ per questo che la difesa della funzione storica e attuale della Resistenza e dell’antifascismo, la salvaguardia e la piena applicazione dei principi e dei valori della nostra Costituzione, che sono poi gli stessi che fondano l’identità e lo Statuto della Cgil, non sono un esercizio astratto e anacronistico. Sono invece più che mai fondamentali per perseguire quell’idea di società progressista, sostenibile e solidale che da sempre abbiamo nel nostro orizzonte, e che dobbiamo continuare a perseguire mantenendo la nostra piena autonomia ed esercitando la nostra funzione di rappresentanza generale, di sindacato confederale, di contrattazione inclusiva.

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