Pnrr: come prima, più di prima - di Giacinto Botti

Di fronte ad un piano di continuità liberista, la Cgil e il sindacato confederale devono rilanciare la mobilitazione sulle loro proposte di radicale cambiamento. Per un nuovo modello basato su riconversione ecologica e pieni diritti sociali e del lavoro. 

Il corposo “Piano di ripresa e resilienza” che il “governo dei migliori” e delle larghe intese ha presentato in Parlamento, votato per presa d’atto dalla grande maggioranza dei rappresentanti del popolo, nasce con il limite di uno svuotamento, nei fatti, del potere legislativo e della democrazia parlamentare come sanciti dalla Costituzione.

Le ingenti risorse messe a disposizione dall’Unione europea, 248 miliardi (inclusa la quota aggiuntiva italiana) da impiegare nei prossimi sei anni, devono essere un’occasione per imprimere quel cambiamento radicale che la Cgil ha indicato nelle sue elaborazioni strategiche, dal Piano del Lavoro alla Carta dei Diritti, dal documento del 18° Congresso alle piattaforme unitarie.

Ora anche in Cgil c’è bisogno di un approfondimento, di un confronto ampio che coinvolga non solo i segretari generali ma il Comitato direttivo, l’Assemblea generale e tutto il gruppo dirigente diffuso, a partire dai delegati e dalle delegate, per elaborare un giudizio condiviso di ordine generale, rifuggendo settorialismi e corporativismi; ed è per dare un contributo a questo che Lavoro Società ha organizzato il confronto dell’11 maggio (vedi locandina in ultima pagina).

E’ fuor di dubbio che alcuni capitoli inseriti nel piano siano il frutto anche dell’iniziativa del sindacato, e che ci siano aspetti innovativi. Ma ci sono anche gravi omissioni, non casuali, su temi per noi centrali come il lavoro, i diritti universali, il salario minimo, la legge Fornero e la riforma delle pensioni e della previdenza, oggi resa più che mai necessaria dalla prossima conclusione di quota 100. La precarietà di vita e di lavoro, dovuta alla frammentazione del mercato del lavoro e a leggi come il jobs act.

Mancano sostanzialmente la politica industriale, la riqualificazione di un sistema produttivo arretrato che richiede investimenti pubblici e privati e l’esercizio di un ruolo dello Stato nell’economia sui settori strategici e i beni comuni. Manca l’impegno sulla legalità e il contrasto allo sfruttamento e allo schiavismo, sul dramma delle morti sul lavoro, sulla salute e la sicurezza.

Lo svuotamento del Codice degli appalti, una delle richieste degli industriali e della destra politica, lascia liberi l’economia e il mercato dai controlli, e dai quei cosiddetti “lacci e lacciuoli” ancora indicati come cause del declino del Paese. Intanto, come nella crisi del 2008, le imprese beneficeranno di una fetta consistente delle risorse, senza garanzie e condizionamenti sulla qualità del loro utilizzo.

La filosofia di fondo rimane quella liberista, di mercato e tecnocratica, priva del coraggio nell’affrontare la crisi del sistema di accumulazione capitalistico, nell’indicare un’economia diversa fondata sul cambiamento radicale di un modello di sviluppo e di consumo che sta portando alla rovina il pianeta.

L’approccio alla grave crisi strutturale, sanitaria, sociale ed economica, amplificata dalla pandemia, rimane figlio della cultura d’impresa e del profitto, per la quale solo la crescita e il mercato sarebbero in grado di risolvere i problemi del Paese. Ma la crescita in sé, senza uno sviluppo sociale equo, compatibile e indirizzato verso la qualità della vita e del lavoro, non produce alcun cambiamento ed è una falsa soluzione, come dimostrano i fallimenti del passato.

Il piano, che fa riferimento alle raccomandazioni dettate dalla Commissione europea nel 2019, prima della pandemia, è più rivolto alla modernizzazione e all’aggiustamento dell’esistente che non alla trasformazione del Paese.

Sulla sanità, l’istruzione e la ricerca pubblica, lasciate nello scorso ventennio senza risorse e dequalificate per scelta politica in favore del privato, le risorse sono fortemente insufficienti, mentre sul fronte della transizione ecologica e ambientale le contraddizioni e gli interessi in campo, pubblici e privati, rischiano di frenare le scelte in direzione dell’energia rinnovabile, della decarbonizzazione, del non utilizzo delle fonti fossili e del contenimento delle emissioni. I tempi sono stretti.

La concorrenza, anche tra il pubblico e il privato, nel settore dei servizi essenziali, resta e si rafforza come strumento decisivo per la ripresa, dentro una competizione dal valore mercantile.

Si accenna appena, in un Paese con un forte debito pubblico, a una riforma fiscale che per noi dovrebbe essere improntata non solo alla progressività e all’equità, con il recupero dell’evasione, ma anche alla redistribuzione della ricchezza con la tassazione sui grandi patrimoni e sui profitti delle multinazionali, come sta provando a fare il presidente statunitense Joe Biden.

Il presidente del consiglio ha parlato del “bene del Paese”, della “fiducia nel popolo” e di “ricostruzione”, citando De Gasperi, ma il popolo non è un’entità indistinta, bensì un insieme di interessi, di ceti, di classi, di donne e uomini con condizioni sociali e materiali e con bisogni differenti. Da una disoccupazione che riguarda in particolare le donne e i giovani e il Mezzogiorno. Il popolo italiano è segnato da forti diseguaglianze, prima di tutto tra ricchi e poveri e tra nord e sud, dall’impoverimento diffuso e dalla sofferenza che la pandemia ha ampliato e portato con sé.

Ora, dopo la presentazione di questo piano, dovrebbe essere chiaro perché determinate forze sociali e politiche hanno affossato il governo Conte II, con l’obiettivo di cancellare l’esperimento politico in corso con quella maggioranza, per sostituirlo con questo governo di unità nazionale, nel quale, come volevano, sta prevalendo l’egemonia della destra salviniana e di Confindustria, per le quali l’economia e il mercato sono più importanti della salute e della vita delle persone.

Solo un governo come questo, con la presenza di partiti socialmente e politicamente di destra che rispondono oggi e risponderanno domani al loro elettorato nella prossima competizione elettorale, avrebbe potuto produrre un piano di continuità liberista come questo. Sarà ancora più chiaro quando si tratterà di concretizzarlo, di “metterlo a terra” attraverso le leggi delega e i vari decreti, con l’obiettivo e il rischio di un ulteriore svuotamento della democrazia parlamentare, e del ruolo e della funzione sociale di rappresentanza del sindacato confederale.

La destra politica e sociale, gli interessi forti e le lobby sono in campo. Dobbiamo esserlo anche noi, con le necessarie mobilitazioni e azioni di lotta a sostegno delle nostre piattaforme. Come si uscirà da questa crisi dipenderà anche da noi, dalla Cgil e dal sindacato unitario confederale che, forte della sua rappresentatività e delle sue proposte, deve pretendere rispetto, deve conquistare con la mobilitazione un tavolo di reale confronto e di trattativa, oltre il perimetro di questo Pnrr, facendo pesare gli interessi generali della sua rappresentanza sociale.

La vecchia strada dei patti di “salvezza nazionale”, delle pratiche concertative neocorporative o di un riconoscimento istituzionale, dimostratasi fortemente penalizzante dei diritti e degli interessi del lavoro, oggi più che mai non è praticabile e ci allontana dalla nostra gente, dal mondo del lavoro.

Dobbiamo alzare lo sguardo, non perdere la nostra visione di Paese e di futuro, dare risposte, rappresentare bisogni e conquistare diritti universali, combattere le diseguaglianze e le precarietà di lavoro e di vita. Non possiamo rischiare di perdere credibilità, di mettere in discussione anche a livello di immagine la forza e l’autonomia del sindacato confederale. Di una Cgil che, forte delle sue radici, vive e si alimenta della contrattazione, di una democrazia plurale, e della partecipazione consapevole e militante dei suoi iscritti e delle sue iscritte. E che, nel mare burrascoso della crisi anche culturale e valoriale, continua ad avere come faro la nostra Costituzione repubblicana e antifascista.

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