Debito comunale: un “Pacco per Napoli?” - di Giovanni Castellano e Gabriella Luise

La questione del debito del Comune di Napoli viene da lontano ed è riconducibile a molti fattori. Tra questi, merita particolare attenzione il federalismo fiscale, che ha costretto i comuni ad affidarsi principalmente alla capacità contributiva dei propri cittadini, per una progressiva riduzione delle risorse statali. Così sono state fortemente penalizzate le aree più povere del Paese, a partire dal Mezzogiorno.

Le difficoltà finanziarie hanno costretto l’amministrazione di Napoli a fare i conti con i limiti imposti dalla procedura di pre-dissesto, che hanno pesantemente influito sulle politiche cittadine, riducendo la capacità di spesa. Il governo ha affrontato il problema con un sostanziale commissariamento, costringendo il Comune a firmare un “patto” ben poco consensuale. L’accordo, infatti, doveva rispondere a quanto previsto dall’ultima legge di bilancio. Una soluzione che non ha in alcun modo coinvolto la cittadinanza. Le stesse forze politiche del consiglio comunale hanno dato mandato al sindaco di firmare l’accordo senza conoscerne i dettagli. La firma del “Patto per Napoli” è stata preceduta dalla sola relazione dell’assessore al bilancio Pier Paolo Barretta, che si limitava ad indicarne le direttrici di fondo.

Contro questo piano di austerity si è formata in città un’opposizione che ha coinvolto diverse forze politiche e sociali. Potere al Popolo, in particolare, ha contestato più volte quello che è stato definito un “Pacco per Napoli”, denunciandone la natura neo-liberista e anti-popolare.

Le premesse sono state confermate (e superate) dal Patto firmato dal sindaco Manfredi e dal premier Draghi il 29 marzo. Mentre la legge di bilancio stabiliva che il Comune avrebbe dovuto versare un quarto di quanto corrisposto dallo Stato, l’accordo va ben oltre, prevedendo un contributo che supera il 50%. Una manovra di oltre 800 milioni che influirà pesantemente sulle politiche cittadine per i prossimi 21 anni. L’accordo indica in maniera puntuale gli importi da recuperare, ma la determinazione delle misure da adottare è spesso rinviata a successivi passaggi. Fa eccezione l’aumento di due punti (in due anni) dell’addizionale comunale Irpef, che finisce per superare l’aliquota massima prevista dalla normativa tributaria, senza sostanziali elementi di progressività.

Uno dei provvedimenti più controversi riguarda la “valorizzazione del patrimonio immobiliare” attraverso un fondo gestito da Invimit Sgr che, pur controllata dal Mef, è a tutti gli effetti una società per azioni che agisce con modalità privatistiche. Riguarderà un patrimonio di oltre 600 immobili. Il sindaco Manfredi ha chiarito il significato del termine “valorizzazione”: qualora i beni non possano essere alienati, devono essere “messi a reddito”. Pensando all’importante patrimonio culturale detenuto dal Comune ci rendiamo conto della pericolosità di tale visione, in contrasto, tra l’altro, con la normativa di riferimento e con lo spirito della carta costituzionale.

Le maggiori preoccupazioni riguardano l’adozione, entro il 1° settembre, di un piano di “razionalizzazione delle partecipate”. Una formula generica che crea allarme per la possibile privatizzazione dei servizi pubblici locali, secondo una tendenza concretizzatasi con il Pnrr e nell’articolo 6 del Ddl Concorrenza, sul quale il Consiglio comunale di Napoli si è espresso in senso negativo. Una privatizzazione (anche parziale) delle municipalizzate inciderebbe negativamente sulla qualità dei servizi e l’ammontare delle tariffe, e i lavoratori rischiano di fare i conti con pesanti riduzioni d’organico.

Sotto i riflettori ci sono il trasporto pubblico e lo smaltimento dei rifiuti urbani. Ma un capitolo a parte meritano i servizi idrici, su cui sono intervenuti di recente diversi livelli di governo. La Regione ha previsto l’individuazione di gestori unici per ogni distretto al fine di accedere ai fondi del Pnrr; in caso contrario la gestione verrà commissariata. Il gestore unico si deve occupare dell’intero processo, dalle condutture al sistema fognario e di depurazione. A dicembre 2021 la Regione, di concerto con il Comune di Napoli, è intervenuta per “salvare” momentaneamente l’azienda speciale Abc, la quale ha smesso di far parte del distretto, lasciando al proprio destino gli altri 31 comuni associati. Sul piano nazionale, il Ddl Concorrenza semplifica gli adempimenti per i gestori privati dei servizi di interesse pubblico e sociale, mentre i comuni che opteranno per una gestione pubblica saranno soggetti a controlli maggiori.

La battaglia per l’acqua pubblica, con il successo referendario del 2011, ci insegna che le questioni economiche spesso si legano al tema della democrazia. Allo stesso modo l’opposizione al “Patto per Napoli” è legata alla rivendicazione di una partecipazione diretta della cittadinanza nella ricerca delle migliori soluzioni per superare le difficoltà finanziarie del Comune. Il miglior antidoto per evitare che il peso maggiore di tali provvedimenti cada sulle spalle dei ceti popolari.

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