Sudan, esercito e milizie contro la rivoluzione del popolo - di Andrea Montagni

Sinistra Sindacale mi ha chiesto di scrivere un articolo sul Sudan, in ragione dei miei trascorsi di redattore - illo tempore! - del quotidiano “Lotta continua” di quella che fu l’estrema sinistra italiana, molto attenta alle questioni internazionali, con una cultura operaista ma con un saldo ancoraggio terzomondista verso le lotte dei popoli oppressi.

In quella veste e in quel tempo mi sono occupato anche di Africa. Ho avuto la fortuna (e la sfortuna) di incontrare anche qualche futuro leader di paesi africani – allora sconosciuti intellettuali a capo di sconosciuti fronti rivoluzionari impegnati nella lotta contro il colonialismo e il tribalismo - per ritrovarne molti, anni dopo, sanguinari despoti alla guida dei loro paesi. La mia “specializzazione” andava all’Africa francofona, mentre il cuore batteva per la causa eritrea.

Il Sudan è uscito dal colonialismo (era un protettorato anglo-egiziano) come la fusione artificiale tra mondi limitrofi e diversi: un nord culturalmente arabo e sahariano, e un sud di cultura africana. Come in molti i paesi ex coloniali non esisteva una borghesia degna di questo nome, e l’esercito coloniale era pressoché l’unica istituzione in grado di accogliere e formare i figli della borghesia del commercio e degli affari, dei capi tribali e di una burocrazia eredità dell’Egitto.

Anche per i figli del popolo l’esercito era l’unica istituzione in grado di garantire una istruzione superiore a quella delle scuole coraniche. Il debole proletariato, grazie al peso politico dell’Urss sulla scala internazionale e al peso della ideologia comunista, figurava come riferimento ideologico e culturale per questa nuova classe dirigente. In più il Sudan aveva alle spalle una tradizione robusta di lotta anticoloniale (qualcuno ricorda i polpettoni hollywoodiani come “Khartum” e “Le Quattro Piume”?).

Il risultato è stato, come in tanti paesi ex coloniali, un predominio politico culturale dei militari nella vita politica post coloniale. Ma in Sudan, come in altri paesi arabi (come Siria, Libano, Iraq) c’era un forte partito comunista (Pcs) fondato nel 1946, che, in alleanza con i nazionalisti e seguendo un modello di socialismo autoctono, ha governato il processo post coloniale di nazionalizzazione delle miniere (di oro) e di nascita di una industria (di Stato), e ha proceduto a gettare le basi di una nazione moderna.

Lo Stato moderno ha creato poi una robusta classe media di impiegati, personale sanitario, liberi professionisti, insegnanti che costituiscono oggi l’ossatura della società civile sudanese, e la base delle forze democratiche che sono state la leva del breve periodo di pace del Sudan post coloniale. Settanta anni di storia post coloniale non si raccontano in poche righe: alla fine i militari nazionalisti hanno eliminato i comunisti, impresso una svolta arabista al regime scatenando un conflitto nel Sud (indipendente dal 2011 con il nome di Sud Sudan) e con le popolazioni islamiche sahariane non arabe.

Il Pcs ha pagato un prezzo di sangue altissimo pur restando in piedi, ma non è stato più in grado di esprimere la forza unitaria dell’unico partito che riconosceva nella multietnicità un fondamento del nuovo Stato sudanese. La dittatura militare prima, il crescente peso dell’Arabia Saudita e degli Usa, la fine dell’Urss, hanno facilitato l’islamizzazione della società e la guerra civile con il Sud producendo una militarizzazione delle tribù beduine e, alla fine, la comparsa sulla scena politica di Israele. L’islamismo radicale è stata l’ideologia utilizzata a quel punto dalle forze armate per giustificare la dittatura, imponendo al popolo sudanese, in cambio della fine della guerra con il Sud, un regime oscurantista.

Questo caos tuttavia non ha mai distrutto la resistenza del popolo e, con un processo apertosi nel 2018, il regime militare islamista è caduto e si è aperta una lunga fase di transizione nella quale una rivolta popolare – che continua tuttora – ha rovesciato il regime islamista al potere. Ma i militari non hanno mai rinunciato del tutto, e da allora sino ad oggi, quando è iniziato lo scontro aperto tra fazioni militari ribelli, hanno cercato di fermare e impedire la vittoria del popolo.

Esercito e milizie che si combattono per le strade e nelle città cercano di impedire alla rivoluzione (non violenta e di popolo, nonostante i tanti morti) di vincere. Usa, Israele, Arabia Saudita e Russia sostengono questo o quello dei contenenti. La Cina sta a guardare, pronta con i suoi aiuti per il dopo. Ora esercito e milizie si scontrano per le strade per il potere e per il controllo delle ricchezze nazionali. Soldati e civili muoiono.

Il fronte della resistenza popolare, coalizione ombrello di partiti politici, sindacati, associazioni professionali, gruppi guerriglieri di opposizione che avevano accettato di sospendere la lotta armata, endemica dopo la fine del regime, continuano in forme non violente la lotta, e contano sulla solidarietà dei popoli del mondo, il loro unico scudo.

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