Palestina chiama. Chi le risponde? - di Alessandra Mecozzi

Difficile scrivere in questi giorni angosciosi in cui le immagini ci mostrano un crescendo di violenza, bombardamenti, vittime, già oltre 100 tra i palestinesi (al 13 maggio): un nuovo episodio della antica irrisolta “questione palestinese”.

I palestinesi avevano sperato in nuove elezioni, dopo15 anni, nei Territori Occupati, a Gerusalemme Est (proibite da Israele) e a Gaza. Avevano sperato in una nuova generazione, in un candidato speciale e amato, detenuto in un carcere israeliano, Marwan Barghouti. Forse proprio questa possibilità, e il pesante calo di consenso tra la popolazione per la progressiva torsione autoritaria del suo governo, hanno causato il rinvio di queste elezioni, anche se la motivazione ufficiale, data dal presidente Abbas, è stata la interferenza di Israele nelle elezioni.

Hamas ha protestato contro il rinvio, ma forse non è sgradito neanche a loro, di cui la popolazione non è certo contenta, costretta com’è da tredici anni in un rigido blocco e in una povertà dilagante. Il 29 aprile segna la fine di una speranza. “C’è un’intera generazione di giovani che non sa cosa siano le elezioni,” ha detto Tariq Khudairi, un manifestante di Ramallah. “Questa generazione ha il diritto di eleggere i propri dirigenti”.

D’altro canto lo stesso Israele è impantanato nella sua peggiore crisi politica, non riuscendo ancora a formare un governo dopo le elezioni del 23 marzo. Attualmente è venuta meno l’ipotesi di un governo Bennett-Lapid, e ritorna al tavolo Netanyahu con il Likud.

Le azioni violente a Sheikh Jarrah, quartiere di Gerusalemme Est, da parte di coloni protetti da esercito e giustificati dalla Corte suprema israeliana, appaiono anche un modo con cui Netanyahu vuol recuperare consenso. Ma diventano la scintilla che provoca l’incendio.

Per il Ramadan, i giovani usano radunarsi alla Porta di Damasco, illuminata a festa. “I gradini nella piazza della Porta di Damasco sono diventati un simbolo della protesta palestinese negli ultimi anni. Bab al-Amud è diventato nel tempo il luogo più significativo, insieme ad Al-Aqsa, per le manifestazioni e per far sentire la voce di Gerusalemme Est - ha detto Mohammed Al-Arab, 34 anni - ai miei occhi è come piazza Tahrir al Cairo. L’intero arco politico palestinese si riunisce in questa piazza”. La polizia israeliana risponde con un atto di forza, chiudendo l’accesso alla piazza.

La reazione è immediata, per giorni i giovani, anche palestinesi di Israele, manifestano, con la solidarietà di attivisti internazionali. Si scatena la brutalità poliziesca, mentre bande di estremisti di destra e coloni marciano verso la Porta di Damasco cantando “morte agli arabi”, trasformando quella di giovedì 22 aprile la notte più violenta che Gerusalemme abbia conosciuto da anni. “Anche noi, attivisti di sinistra di Gerusalemme, ci siamo presentati per cercare di controbilanciare i fascisti mentre marciavano per le strade della città”, scrive la giornalista Orly Noy su +972 Magazine.

Si susseguono gli scontri alla porta di Damasco e fin dentro la moschea di Al Aqsa. Centinaia di feriti tra i palestinesi. Hamas imbraccia la causa di Gerusalemme e minaccia Israele con un ultimatum. Il 23-24 aprile parte da Gaza una raffica di razzi su Israele: ancora morte e distruzione.

Questo fornisce l’occasione per una penosa manifestazione bipartisan in solidarietà con Israele di dirigenti politici nostrani al Portico d’Ottavia a Roma, mentre cadono bombe su Gaza, facendo decine di vittime civili.

La violenza contro i palestinesi prende piede anche in città all’interno di Israele. Pogrom, la definisce Zvi Schuldiner, professore israeliano, su il manifesto del 14 maggio: “Qui, in Israele, mentre scriviamo, non sappiamo se i pogrom siano ripresi o se quegli idioti, criminali e razzisti che governano abbiano frenato almeno un po’ l’indegna sfilata razzista che stanno guidando e che ci conduce tutti al disastro. Continueremo a contare i razzi, e intanto il ‘diritto alla difesa’ sarà declinato sotto forma di attacchi furiosi, criminali contro Gaza”.

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