Madrid non è la Spagna - di Nuria Lozano Montoya

Le elezioni madrilene hanno condizionato la politica spagnola già prima di essere convocate: con una gestione della pandemia in opposizione al governo statale, senza considerare il numero delle vittime, lasciando indifese migliaia di persone, con continue privatizzazioni, o sostituendo i sussidi per la mensa agli studenti con buoni pizza, con l’obiettivo di logorare un governo che gode di piena legittimità democratica. E’ questa la politica ricompensata con risultati che garantiscono la maggioranza assoluta nel Parlamento Autonomo, sommando al Ppe l’ultradestra.

Madrid è la punta di lancia della destra in Spagna. Ha usurpato il potere nel 2003 con la corruzione (il celebre “tamayazo”, dal nome del deputato socialista Tamayo che con un altro deputato, in cambio di denaro, non votò per un governo di sinistra, ndt). Da allora è stato il laboratorio neoliberista del Paese, con una visione di ampio raggio: privatizzazione dei servizi pubblici, spostamento di risorse al privato, speculazione urbanistica, cessione del patrimonio abitativo pubblico ai fondi speculativi, Madrid come paradiso fiscale, corruzione e finanziamento illegale del Ppe, condannato penalmente; sono solo alcune delle espressioni di questa politica.

La destra lavora a vasto raggio: tagli all’istruzione pubblica, urbanistica pensata per isolare e porre fine al senso di comunità nei quartieri popolari, precarizzazione dei rapporti di lavoro; sono alcuni esempi del ruolo giocato per conservare il potere. E con un’importante aspirazione: che tutti abbiano come modello i corrotti e i corruttori, in una dinamica sociale che ricorda in certo modo l’Italia di Berlusconi.

L’affanno pandemico di una cittadinanza sfinita dopo un anno, il picco di diseguaglianze e le enormi difficoltà economiche, la semplicità del messaggio che si è appropriato di una “libertà” disprezzata, confondendola con l’uscita dal confinamento per poter bere un bicchiere, come simbolo della individualizzazione e in risposta alla lobby alberghiera, hanno contribuito in buona misura al risultato finale.

Un risultato con un impatto che va oltre la Comunità di Madrid. Nel confronto tra il Psoe di Sanchez e il Ppe c’è un chiaro sconfitto: il presidente del governo. Ma c’è un’altra conseguenza: questi risultati chiudono la porta a una soluzione negoziata della crisi territoriale dello Stato, specialmente in Catalogna, indebolendo le posizioni più dialoganti, a pochi giorni dalla convocazione di elezioni nuovamente in chiave indipendentista.

I risultati sono sfavorevoli per la sinistra nel suo insieme, ma non in modo omogeneo. Mentre il Psoe ottiene il peggior risultato della sua storia, per l’inesistente opposizione a Madrid, i risultati delle forze a sinistra del Psoe sono buoni, con una crescita sia in voti (del 40% nel caso di Unidas Podemos) che in seggi.

A causa di questo risultato complessivamente negativo, è comunque precipitato un processo di rinnovamento della dirigenza nel campo della sinistra alternativa: Pablo Iglesias si è assunto la responsabilità di non aver potuto togliere il governo di Madrid alla destra, e aveva già lasciato il suo posto alla ministra del lavoro e terza vicepresidente del governo Yolanda Diaz, aprendo così una nuova fase politica.

Nel contesto della scomparsa di altre opzioni di destra e di modesti risultati dell’estrema destra ufficiale, a causa dell’approccio trumpista della vincitrice, l’unità delle forze di sinistra risulta ancora più necessaria, nel breve come garanzia della stabilità del governo dello Stato,e nel medio periodo per rispondere alle sfide di un futuro incerto.

La configurazione della situazione dipende da due progetti alternativi: la Spagna repubblicana, federale, plurinazionale, diversa ideologicamente e decentralizzata della maggioranza della rappresentanza parlamentare, contro la Spagna egoista, neoliberista, autoritaria, centralista e uniforme (sia come territorio che ideologicamente) della destra.

Per rendere possibile la prima opzione è necessario riconnettere il senso comune della maggioranza della popolazione, è necessario trovare spazi di socializzazione, solidarietà e mutuo soccorso, per far fronte alla crisi sociale, economica, politica, ambientale in una prospettiva progressista. Di fronte all’affarismo e alla corruzione, occorre uscire dalla crisi con uno scudo sociale, la reindustrializzazione, i valori e la cultura del lavoro come fattore di creazione di ricchezza e coesione sociale. E per questa fase il municipalismo trasformativo, una maggioranza vicina alle persone, sembra la chiave per praticare nuove ricette nella lotta per vivere in democrazia, con diritti e dignità nell’insieme dello Stato, ben oltre Madrid.

Se queste elezioni hanno dimostrato qualcosa è che, per quanto dispiaccia a qualcuno, Madrid non è la Spagna, né tutti i media insieme possono distruggere a colpi di titoloni la dignità e la coerenza politica del progetto di cambiamento del Paese. E’ un autentico orgoglio far parte di un progetto di gente così onesta e coerente. Perché Unidas Podemos. La lotta continua.

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