Ddl Zan: vogliamo parlarne? - di Mariapia Mazzasette

Siamo diventati tutti e tutte dei tifosi. Non discutiamo, ci schieriamo. Prendiamo posizione a seconda di chi esprime o non esprime una determinata opinione o in base a presunte motivazioni che portano ad esprimersi in un modo o nell’altro. Non ci confrontiamo, issiamo barricate: chi non condivide la nostra posizione diventa un nemico da combattere. Non so quando è iniziata questa china, ma sta peggiorando ogni giorno, probabilmente dovuta anche ai social che obbligano a confronti veloci, ad affermazioni brevi, magari d’effetto. La pandemia, costringendoci ad interazioni prevalentemente virtuali, ha ulteriormente favorito questo processo.

Mi sento particolarmente a disagio nell’assistere alle discussioni, sarebbe meglio dire battaglie, che si scatenano quando qualcuno o qualcuna si permette di avere qualche dubbio in merito all’approvazione del disegno di legge Zan, meglio conosciuto come proposta di legge contro l’omotransfobia. Confesso che io dei dubbi li ho. Vorrei però poterne parlare, discutere, confrontarmi nel merito di una questione che, a mio avviso, per delicatezza e implicazioni imporrebbe un confronto ampio ed approfondito, che oggi non vedo.

Non mi rassegno e chiedo, almeno in quella che sento come casa mia, la Cgil, di aprire una discussione su questi temi, di dare spazio alle posizioni critiche, quelle provenienti da femministe storiche, da intellettuali e non, sui cui percorsi e contributi per l’emancipazione femminile e contro le discriminazioni di genere non ci possono essere dubbi.

Sulla necessità di fermare la violenza e l’odio nei confronti di omosessuali e transessuali non possiamo che essere d’accordo. Sento però la necessità di una maggiore attenzione e riflessione su cosa sia l’identità di genere, come si arrivi a definire una determinata identità di genere e cosa determini la differenza sessuale. Non sono temi che si possano liquidare con definizioni affrettate.

L’articolo 1 del Ddl Zan recita: “Ai fini della presente legge: a) per sesso si intende il sesso biologico o anagrafico; b) per genere si intende qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso; c) per orientamento sessuale si intende l’attrazione sessuale o affettiva nei confronti di persone di sesso opposto, dello stesso sesso, o di entrambi i sessi; d) per identità di genere si intende l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione”.

Credo che le definizioni contenute in questo articolo, in particolare quelle di cui alle lettere a) e d) esigano una maggiore riflessione. Sesso, identità sessuale e identità di genere non sono e non possono essere la stessa cosa. Il sesso è un fatto biologico, si riferisce alle caratteristiche fisiche e biologiche che definiscono e differenziano gli umani come uomini e donne. Il genere è una costruzione sociale del sesso biologico con cui si nasce. Quali potranno essere le implicazioni derivanti da “una identificazione percepita e manifestata di sé, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione”? È sufficiente che ci si percepisca come uomo o donna, indipendentemente dal sesso biologico o da un percorso di transizione per essere uomo o donna? Perché in una legge che - si dichiara - vuole contrastare discriminazione e odio è necessario inserire la definizione di identità di genere? Perché non utilizzare il termine identità sessuale?

Mi convincono le argomentazioni di quella parte del mondo femminista che ritiene che l’approvazione di queste definizioni porterà alla cancellazione della differenza sessuale e ad un possibile arretramento dei diritti delle donne, frutto delle battaglie per l’emancipazione femminile. Il fatto che il mondo femminista si sia diviso nel giudizio su questo disegno di legge conferma la delicatezza della questione, senza che si debbano tacciare le critiche per omofobia o transfobia.

Sesso, differenza sessuale e le implicazioni derivanti da una diversa percezione di sé rispetto al sesso biologico sono temi talmente delicati da esigere un libero e aperto confronto sociale, prima ancora che parlamentare. Dobbiamo recuperare la capacità di confrontarci, riconoscendo le ragioni dell’altro/altra, senza considerarlo un nemico/nemica, tanto più su temi come questo. Dal confronto di opinioni sono sempre nate cose migliori.

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