Toscana “rossa” e infiltrazioni mafiose - di Maurizio Brotini

La Toscana è scossa da una inchiesta della magistratura che non lascerà nulla come prima. Una considerazione condivisa da autorevoli dirigenti politici come Vannino Chiti, già presidente della Regione e vicepresidente del Senato, e Rosy Bindi, già presidente della Commissione nazionale antimafia.

Sono coinvolte nell’inchiesta Keu (dal nome tecnico delle ceneri prodotte dal trattamento termico dei fanghi di depurazione conciaria) e nel sistema illecito di smaltimento dei rifiuti, famiglie e società operanti in Toscana, riconducibili direttamente a una famiglia di grande spessore ‘ndranghetista come quella di Nicolino Grande Aracri. Secondo l’accusa infatti la famiglia e le attività dei Lerose, citate nell’inchiesta come titolari di aziende dedite allo smaltimento illecito dei rifiuti, sarebbero nella piena disponibilità del boss. Un criminale, attualmente in carcere per svariati omicidi e molteplici reati, che sembra stia iniziando un percorso di collaborazione con la giustizia.

Allora qualche domanda sulle attività in Toscana, e sul mondo dei colletti bianchi necessari per queste operazioni, sarebbe assai utile e interessante. Giova ricordare, tra le altre, che già nel 1997 Carmine Schiavone, camorrista di spessore e poi collaboratore di giustizia, metteva agli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla Terra dei Fuochi di aver illecitamente smaltito in Campania rifiuti provenienti da Santa Croce sull’Arno, occupandosi direttamente anche del trasporto.

Non sarà più tutto come prima neanche per quanto sta emergendo rispetto all’asservimento ed alla permeabilità che - sempre secondo l’accusa – il sistema politico-istituzionale avrebbe mostrato nei confronti dei vertici dell’Associazione conciatori, veri dominus della vicenda.

Il distretto della concia di Santa Croce sull’Arno in provincia di Pisa, che comprende i comuni di Bientina, Castelfranco di Sotto, Montopoli Valdarno, Santa Maria a Monte, San Miniato e Fucecchio, era una delle aree storiche della subcultura rossa che aveva caratterizzato la Toscana del dopoguerra. La dimensione distrettuale che, mettendo a valore l’intraprendenza mezzadrile, avrebbe permesso una coesione sociale basata sulla mobilità che tale assetto produttivo metteva a disposizione degli ingegni operosi. Il piccolo è bello e il comune riconoscersi nei valori, ideali e voto elettorale della tradizione socialista e comunista. Una tradizione indagata da studiosi e politologi come Mario Caciagli (“Addio alla provincia rossa”) e Marco Almagisti (“Una democrazia possibile”), e ripresa da un agit-prop come Pilade Cantini in “Piazza Rossa. La provincia toscana ai tempi dell’Urss”, e nelle attività dell’associazione “Il resto del Cremlino” e del gruppo AereoFlot.

Quanto emerge dall’inchiesta antimafia denominata Keu certifica l’irreversibile dissolvimento del modello economico e produttivo che ha caratterizzato il sistema distrettuale della concia per decenni, per approdare all’assoluto primato dell’impresa privata che stravolge lo stesso dettato costituzionale in materia della libertà d’impresa subordinata al rispetto del lavoro e dell’ambiente. Non siamo più di fronte al fisiologico rapporto tra istituzioni e un’importante categoria economica, ma all’appiattimento e al servilismo delle istituzioni nei confronti dei potentati economici.

La drammatica situazione che si è creata è imputabile alla latitanza della politica, allo svilimento della politica. I partiti si sono trasformati da strumenti di partecipazione popolare in semplici comitati elettorali, federazioni di correnti basate sugli interessi dei vari potentati e non sui punti di vista sul mondo, rinunciando di fatto al loro ruolo di analisi, di programmazione e di controllo sull’attività degli eletti.

L’assenza di un soggetto collettivo di programmazione e di indirizzo mette chi amministra in condizione di debolezza nei confronti delle pressioni dei portatori di interessi, mentre il doppio ruolo di controllore e controllato può generare solo confusione, zone d’ombra, sudditanze.

La politica è lotta tra interessi contrapposti, primariamente tra Capitale e Lavoro. Il venir meno dei partiti, prodotto dallo smantellamento dello stato sociale e dall’elezione diretta dei sindaci, dalla fine del finanziamento pubblico e dalle leggi elettorali maggioritarie, ha riportato il sistema democratico ad una situazione di notabilato locale che molto ricorda la mediocrità della Consorteria toscana. Ma soprattutto è venuto meno uno dei soggetti costitutivi del sistema, il lavoro nelle sue autonome espressioni politiche: la totale spoliticizzazione della faglia sociale è all’origine di tutto.

Non c’è più il Pci (e lo stesso Psi) né tanto meno l’Urss, ma soprattutto non c’è chi collettivamente guardi il mondo partendo dalle condizioni materiali di chi vive del proprio lavoro ponendosi - a partire dai luoghi di lavoro - come soggetto distinto, seppur in un confronto continuo, con il sistema d’impresa.

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