Pnrr: Cgil e società civile per un percorso democratico e vertenziale - di Sinistra Sindacale

La videoconferenza organizzata da Lavoro Società l’11 maggio scorso. 

Circa centocinquanta compagne e compagni hanno partecipato, lo scorso 11 maggio, alla videoconferenza promossa da Lavoro Società per una Cgil unita e plurale su: “Next Generation Eu: occasione da non perdere. Quali politiche e quali risorse per un cambiamento radicale”.

Presieduta e moderata dal segretario lombardo Massimo Balzarini, la conferenza on line, a partire dalla esaustiva introduzione di Giacinto Botti, referente nazionale di Lavoro Società (https://www.sinistrasindacale.it/index.php/documenti/1982-introduzione-di-giacinto-botti-alla-videoconferenza-next-generation-eu-occasione-da-non-perdere-quali-politiche-e-quali-risorse-per-un-cambiamento-radicale), voleva dare una lettura critica, un giudizio politico complessivo e indicazioni di lavoro sindacale sul Piano di ripresa e resilienza inviato dal governo alla Commissione europea.

Il ricchissimo confronto si è basato sui contributi di Monica Di Sisto, vicepresidente di Fairwatch, tra gli animatori della Società della Cura e del Recovery PlanET, dell’economista e giornalista Andrea Di Stefano, del segretario della Cgil Toscana, Maurizio Brotini, e della vicesegretaria nazionale della Cgil, Gianna Fracassi. Con loro hanno interloquito, con brevi interventi, Giovanna Lo Zopone, segretaria della Fp Toscana, Federico Antonelli, coordinatore nazionale di LS della Filcams, Vasco Cajarelli del direttivo della Cgil Umbria, Aurora Ferraro dello Spi Marche e Gabriele Giannini della Flc nazionale.

E’ difficile riassumere in poco spazio la ricchezza di un confronto su un tema già di per sé così vasto e complesso, ma, scusandoci da subito per le tante omissioni, cerchiamo di individuare alcuni fili conduttori.

Un primo tema sottolineato da tutti è quello dell’assenza di un percorso democratico nella definizione di un piano che, nel bene e nel male, influirà significativamente nel Paese per un lungo periodo, non solo per la ingente mole di finanziamenti. “Un vulnus democratico”, l’ha definito Brotini, per come anche il Parlamento è stato esautorato e la definizione del testo inviato a Bruxelles sia avvenuta nel rapporto tra Draghi e la tecnocrazia europea.

Di mancanza di trasparenza ha parlato Di Stefano: il Parlamento ha votato un testo che non è quello poi inviato alla Commissione, né ha visto la mole (2.487 pagine complessive) delle schede tecniche che costituiscono i veri progetti da finanziare. Del resto – ha ricordato Fracassi – nelle audizioni parlamentari avevamo sottolineato che si discuteva sul testo, superato, del Conte II. E il vulnus democratico ha impedito allo stesso sindacato di avere un confronto e un negoziato di merito. La richiesta di un coinvolgimento, da sancire anche nel decreto sulla “governance”, deriva dalla chiara consapevolezza – ribadita anche nel documento conclusivo dell’assemblea generale della Cgil del 10 maggio – che “non si cambia il Paese senza e contro il mondo del lavoro”.

Anche Monica Di Sisto ha denunciato la mancanza di confronto democratico, contrapponendo il percorso partecipato della vasta rete di associazioni della Società della Cura, nata nel picnic di Villa Pamphili, quando Conte aveva escluso molta della società civile dai suoi “stati generali”. Da allora in decine di incontri – seppur virtuali – centinaia di attivisti hanno costruito il piano alternativo del Recovery PlanET.

Altro filo conduttore è quello della “visione” del piano. Botti ha proposto una discussione non tecnicistica, convinto che “il nostro giudizio debba essere di ordine generale confederale”. E se Di Stefano ha parlato di un piano “privo di visione”, di “destrutturazione” del Pnrr (già nella versione di Conte e ancor più in quella di Draghi) negli altri interventi il giudizio è stato ancora più netto. Si tratta di un piano in continuità con una visione liberista e di mercato, sia per quello che c’è, sia per quello che manca.

Per Botti, Brotini e Fracassi manca innanzitutto il ruolo del lavoro e la risposta che il piano deve dare all’occupazione stabile e di qualità, al superamento della precarietà e della frammentazione del mondo del lavoro. Gli obiettivi occupazionali a fine piano (2026) sono troppo limitati, nemmeno recuperano i posti di lavoro già persi con la pandemia. La creazione di lavoro, anche se indicata come uno dei parametri “trasversali” ai progetti, non è condizione vincolante degli investimenti e degli ingenti incentivi alle imprese. Manca – nella già limitata “missione” sulla sanità – qualsiasi investimento su salute e sicurezza sul lavoro, tema ripreso con forza anche da Cajarelli, alla vigilia dello sciopero generale in Umbria per l’ennesima strage sul lavoro a Gubbio.

Ancora, il ruolo dello Stato c’è, ma è ancillare all’impresa e al mercato. Questo getta particolare preoccupazione sulle numerose riforme annunciate (e su quelle mancanti, come le pensioni). Tutti gli interventi lo sottolineano, a partire dalla riforma della Pubblica amministrazione che, come ricorda anche Lo Zopone, è piegata alla competitività e alla concorrenza tra pubblico e privato, con lo Stato al servizio del privato, mentre si intravede un ulteriore depotenziamento del pubblico, a partire dal tema dei controlli, così importante, di nuovo, per la salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Lo stesso accade per la scuola e la ricerca, come sottolinea Giannini.

Preoccupante – lo denuncia la relazione di Botti, e poi ancora Fracassi e Antonelli – la prefigurazione, sotto specie di “semplificazione”, di una disarticolazione delle norme sugli appalti e la proposta della legge annuale sulla concorrenza che spinge verso una liberalizzazione e privatizzazione dei servizi pubblici locali, dai trasporti ai rifiuti all’acqua.

Sulla transizione ecologica non è nemmeno facile verificare – nota Di Stefano - se effettivamente vi è dedicato il 37% richiesto dall’Ue e confermato nelle dichiarazioni del governo. Vengono considerati in questo quadro progetti di dubbia coerenza per risparmio energetico e rispetto dell’ambiente. Di Sisto ricorda che sulla biodiversità, significativa nel nostro paese, si investe solo lo 0,8%, solo l’1,3% sul dissesto idrogeologico, l’1% sull’economia circolare, che pur rappresenta un settore in importante sviluppo in Italia, e che si sono ridotte del 3%, rispetto al piano Conte, le risorse per le energie rinnovabili. Contraddizioni sottolineate anche da Fracassi, che insiste sulla principale carenza in questa “missione”: la mancanza di investimenti in una filiera industriale che sostenga la transizione ecologica, non limitabile certo al tema dei rifiuti.

Insufficienti vengono giudicati i capitoli dedicati alla coesione sociale e alla sanità. Per quest’ultima, tutti notano la riduzione di investimenti rispetto al piano Conte, ma soprattutto rispetto ai reali bisogni e ai tagli degli ultimi 10-15 anni. Aggravato, il tutto, da quanto ha rilevato Botti: il Def prevede un nuovo calo della spesa sanitaria sul Pil dopo il 2024! Al contrario, per tutti, sui pur insufficienti investimenti sociali servirà un piano di assunzioni pubbliche che andrà conquistato nella legislazione ordinaria e nella spesa corrente.

Di Stefano richiama il tema della necessaria riforma del sistema: la pandemia ha reso quantomai evidente il fallimento della regionalizzazione e del modello privatistico alla Formigoni, ripreso da molte Regioni, anche “rosse”. Al contrario bisogna ritornare ad una gestione pubblica nazionale e universale, non delegando alla sussidiarietà e al terzo settore (Botti). Aurora Ferraro coglie le opportunità del Pnrr sulla non autosufficienza, ma si chiede se ci saranno le condizioni politiche per arrivare finalmente ad una legge. Comunque, il Pnrr non affronta come dovrebbe il tema dell’invecchiamento della popolazione, c’è troppo poco sulla domiciliarità e ancor meno sulla “riforma” delle Rsa.

Il Pnrr è comunque un’occasione irripetibile e da non perdere. Fracassi sottolinea che si tratta di ingenti risorse a cui bisogna guardare nel loro complesso: non solo i fondi del Ngeu e il fondo complementare italiano, ma anche i fondi europei ordinari. Risorse mai viste prima, così concentrate in un breve lasso di tempo. Ma – nota a sua volta Brotini – in Europa significativamente inferiori per quantità e qualità da quanto deciso negli Usa da Biden; per l’Italia una parte del Pnrr è costituito da investimenti già preventivati e, per quanto a interessi convenienti, la parte più consistente sempre a debito. Il che richiama la questione del fisco: “riforma” annunciata nel Pnrr senza che se ne specifichino i contorni, ma che per tutti gli intervenuti significa progressività, tassazione della ricchezza, funzione redistributiva, lotta all’evasione ed elusione. Se l’approfondimento continuerà, non si sarà trattato di una discussione accademica.

Il tema della vertenzialità e delle alleanze sociali ha percorso tutto il dibattito, dalla relazione, agli interventi. Monica Di Sisto lo ha posto subito con forza sul tavolo, chiedendo esplicitamente alla Cgil di fare da coagulo a un vasto schieramento sindacale e associativo che sappia incidere su contenuti e gestione del piano. Un “accumulo di forze nella società” (Brotini) ben raccolto da Fracassi, che ha confermato l’impegno della Cgil in questa direzione, già testimoniato dall’avvio, a inizio aprile, di un confronto con molte associazioni.

Un’occasione da non perdere dunque, anche e soprattutto per la Cgil e il sindacato. Confermando la natura vertenziale dell’approccio al piano e al confronto col governo. Sono molti gli obiettivi da conquistare, dentro e oltre il piano: una visione alternativa del modello di sviluppo e del ruolo dello Stato in economia; un piano nazionale di piena e buona occupazione, a partire dalla Pa; stringente condizionalità degli investimenti e degli incentivi alla creazione di lavoro stabile per donne, giovani, nel Sud, e al pieno rispetto delle norme di salute e sicurezza; conferma del codice degli appalti; potenziamento dei servizi pubblici locali contro liberalizzazioni e privatizzazioni; riforma fiscale progressiva e tassazione della ricchezza; blocco dei licenziamenti e ammortizzatori sociali universali; riforma delle pensioni e superamento della Fornero; potenziamento di assistenza e sanità pubblica, superando la regionalizzazione dei servizi e dei diritti. Il tutto sostenuto dalle adeguate mobilitazioni.

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