Morti sul lavoro: fermiamo la strage - di Giacinto Botti e Maurizio Brotini

Il 3 maggio Luana D’Orazio, ventiduenne madre di un figlio di 5 anni, è morta sul lavoro in un’azienda tessile della zona di Prato, il corpo straziato da un orditoio. Due mesi prima, in un’azienda tessile di Montale, il coetaneo Sabri Jaballah era morto schiacciato da una pressa. Pochi giorni dopo Luana, Christian Martinelli, 49 anni, operaio metalmeccanico, è morto schiacciato da un tornio a Busto Arsizio; Maurizio Gritti, 46 anni, edile, è morto schiacciato da un peso caduto dall’alto in un cantiere di Pagazzano (BG); a Sorbolo nel parmense un altro operaio, Andrea Recchia di 37 anni, è morto schiacciato da un carico di mangime di 14 quintali; Mario Tracinà è morto per la caduta da 30 metri in un cantiere autostradale in Molise; un altro operaio edile, Marco Oldrati, 52 anni, è morto cadendo dall’alto a Tradate nel varesotto; nell’esplosione in un’azienda che produce cannabis a Gubbio hanno perso la vita Samuel Cuffaro, di appena 19 anni, e Elisabetta D’Innocenti, di 52 anni.

Un tragico bollettino che si allunga quotidianamente con i nomi di due o tre lavoratori, la media giornaliera di omicidi sul lavoro. Uomini e donne di cui nessuno parla, di cui spesso non si conosce nemmeno il nome o l’età, tale è l’indifferenza dei media e dell’opinione pubblica. Per non dire delle autorità preposte.

Nel 2020 ci sono stati 1270 morti sul lavoro, una parte significativa – medici, personale sanitario, ausiliari, ma non solo – a causa del Covid. Vittime di una strage quotidiana e silenziosa che non si si vuole colpevolmente fermare. La novità terribile è che gli ultimi morti sono giovanissimi, le persone più indifese, spesso senza formazione, ricattate e con contratti precari.

Non bisogna parlare di morte “bianca”, perché evoca che non ci sarebbero colpe e colpevoli. Si tratta di morti rosse di colpe, di mancate prevenzioni, di misure di sicurezza non attivate, di precarietà e ritmi insostenibili, di vergogna e di rabbia.

La retorica indignazione della politica non è più accettabile: chiacchiere, promesse, con un richiamo oggi alle risorse, su questo inesistenti, del Recovery Plan, una coperta comoda come alibi, ma troppo corta per curare i mali e le ingiustizie del Paese.

Per decenni, governo dopo governo, i piani per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro sono rimasti nei cassetti, mentre si tagliavano risorse, sedi e personale agli organi ispettivi pubblici, e svanivano quella medicina del lavoro, quelle campagne di prevenzione, frutto delle conquiste degli anni ‘70. Gli ispettori non sono più di 1.550, la maggior parte negli uffici. Il personale specializzato che svolge ispezioni su salute e sicurezza è ridotto a circa 220 persone, in un paese con oltre quattro milioni di aziende.

Intanto si cerca di eliminare o svuotare qualsiasi regola, legge o strumento che possa condizionare la ripresa e disturbare l’impresa, lo svolgimento dell’attività produttiva. A qualsiasi prezzo. Mentre investiamo in digitalizzazione, innovazione, industria 4.0, si continua a morire come cinquanta anni fa. Anzi, le app e gli algoritmi - il moderno cottimo - mettono a repentaglio la vita dei nuovi schiavi, come i rider. Oggi come ieri si può morire di fatica, come accaduto a Paola Clemente, 49 anni, bracciante, deceduta in un vigneto di Andria il 13 giugno 2015.

Gli strumenti per la prevenzione e la formazione non mancano. Il punto è un altro: le imprese non applicano le leggi e le norme e non danno riconoscimento e spazio ai Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza. E il pericolo principale sta nell’organizzazione e nei ritmi di lavoro, e nella precarietà dei lavoratori. È ora di denunciare la correlazione tra infortuni e sistema degli appalti e sub-appalti. Bisogna intervenire sui cicli produttivi, sui tempi sempre più pressanti, sui carichi di lavoro sempre più pesanti, agire sulle retribuzioni e sulla precarietà sempre più diffusa, lottare per un lavoro di qualità, stabile, ben pagato.

Se oggi c’è più consapevolezza del rischio e più formazione, il pericolo sta nella pretesa di più produttività, per essere più competitivi sul mercato, rendendo più “snella” e “flessibile”, senza diritti e tutele l’occupazione, e incrementando i ritmi.

Siamo chiamati ad agire con più forza e determinazione. Numerose sono state le mobilitazioni e gli scioperi territoriali in questi giorni. Nell’assemblea del 12 maggio il sindacato confederale ha lanciato la giornata di assemblee del 20 maggio (anniversario dello Statuto dei Lavoratori), e la settimana di mobilitazione di fine maggio. Si apre formalmente una vertenza con il governo, dopo il primo incontro con i ministri di Lavoro e Salute. Lo Stato dia un segnale forte contro rassegnazione e complicità verso un massacro indegno di un paese civile. Servono risorse pubbliche adeguate per prevenzione e controlli, e un forte rilancio della mobilitazione e della contrattazione nei luoghi di lavoro su processi produttivi, orari di lavoro e condizione lavorativa. 

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