Elezioni in Libano, cresce la frammentazione. Situazione di stallo? - di David Ruggini

Crescono gli indipendenti grazie soprattutto al voto degli emigrati, calano i blocchi settari storici.

Il 15 maggio scorso si sono finalmente tenute le elezioni parlamentari in Libano, in programma già da tempo. Sono state un importante banco di prova sia per la classe dirigente uscente, espressione del regime settario che governa il paese dal 1990 in seguito agli accordi di pace di Taef, sia per le formazioni di opposizione nate dopo le proteste massive della “Thawra”, iniziate il 17 ottobre 2019.

Dal punto di vista della partecipazione si è registrata un’affluenza del 49.1%: solo la metà delle persone aventi diritto ha votato, e sui risultati ha pesato in modo determinante il voto delle persone emigrate all’estero, che hanno votato massicciamente l’8 maggio.

Le sorprese più importanti si sono registrate nell’assegnazione dei seggi parlamentari. Infatti, mentre Hezbollah e Amal hanno confermato il raggiungimento della loro quota di seggi, gli alleati del duo sciita sono usciti sconfitti o ridimensionati dalle elezioni. Da segnalare, in particolare, il partito del presidente uscente Aoun, Corrente Patriottica Libera, che è stato retrocesso a secondo partito cristiano, perdendo la leadership comunitaria rispetto alle elezioni del 2018. Globalmente il blocco parlamentare guidato da Hezbollah e dagli Aounisti è passato da 71 seggi a 62, non raggiungendo neanche il numero minimo di 65 seggi per formare un governo nazionale.

Nel blocco parlamentare opposto si segnala invece la crescita e l’affermazione, come primo partito cristiano, delle Forze Libanesi guidate da Samir Geagea, passate da 15 a 21 seggi; una conferma del Partito Socialista Progressista, espressione principale della comunità drusa e guidato come feudo familiare dalla famiglia Jumblaatt, e un forte ridimensionamento del partito sunnita di riferimento, Al-Mustaqbal, orfano della guida storica di Saad Hariri.

Mentre i partiti settari reggono sostanzialmente l’urto, nonostante le critiche per la crisi economica e le accuse di corruzione, rispetto alle aspettative la nota positiva arriva dai risultati delle opposizioni, che registrano l’ingresso in Parlamento di 16 esponenti provenienti dai partiti nati nel periodo delle proteste nazionali.

Questo risultato è ancora più significativo se teniamo presente che, seppur Hezbollah resti il primo partito libanese in assoluto per numero di voti ricevuti, gli esponenti indipendenti diventano il secondo partito nazionale per numero di voti ricevuti, superando tutti i restanti partiti tradizionali. Da notare, in questo caso, come il voto delle persone emigrate è stato determinante per raggiungere questo risultato.

Naturalmente l’ingresso di volti nuovi ha determinato una serie di esclusi eccellenti nella classe dirigente, tra cui il presidente del governo uscente, Najib Miqati, l’intero blocco parlamentare del partito nazionalista siriano, e Talal Arslan, partito democratico e alleato druso di Hezbollah, oltre a Faisal Karami, partito della dignità e alleato sunnita sempre di Hezbollah.

Benché la presenza degli indipendenti abbia portato elementi nuovi nel Parlamento, mettendo in difficoltà i partiti tradizionali, non si registra alcuna maggioranza stabile, i blocchi parlamentari mantengono un numero praticamente uguali di seggi contrapposti, e i gruppi di opposizione restano comunque divisi e di minoranza. Una composizione talmente frammentata fa riflettere, e fa temere un nuovo stallo nella formazione di un governo nazionale - l’ultimo, in piena crisi economica, è durato 13 mesi - oltre che un’ulteriore, possibile, frizione nell’elezione dello speaker del Parlamento, per consuetudine sciita, e del presidente dello Stato.

Chiaramente, come nella peggiore delle ipotesi, i rumors sul possibile stallo hanno avuto subito un riflesso negativo sulla moneta locale. Infatti al mercato nero si è notata un’ulteriore svalutazione della moneta nazionale, che ha oltrepassato la barra di un dollaro Usa = 30.000 lire libanesi, causando un aumento dei costi, specialmente del carburante.

 

Il nuovo Parlamento, nonostante il fragile ottimismo che si respira all’interno della società civile, sarà chiamato ad affrontare e dare risposte soddisfacenti sia a sfide locali, come ad esempio la mancanza di elettricità, inquinamento e crisi economica, ma anche a sfide internazionali come la delimitazione delle frontiere marittime con Israele o la guerra in Ucraina, che mette a rischio gli approvvigionamenti di grano del paese e quindi la sua sicurezza alimentare.

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