Stiamo così cor papa ? - di Massimo Balzarini

Il tema del rapporto con la Chiesa cattolica e con lo Stato del Vaticano è da sempre una questione complessa, che non si può esaurire in poche righe. Farò tuttavia qualche considerazione, sperando di stimolare una riflessione su questioni che non possono essere sottostimate. Premettendo il massimo rispetto per una figura autorevole come il pontefice, per chi professa una fede religiosa o una propria religiosità (questione che attiene unicamente alla sfera personale), il punto che mi interessa è la vicinanza apparente di idee come la lotta alla povertà, alle disuguaglianze, ai cambiamenti climatici. Vicinanza che sottende però una sostanziale e differente visione delle condizioni e delle prospettive del modello sociale. In qualche modo condividiamo alcuni obiettivi, ma non la visione complessiva del modo e del fine.

Noi siamo per l’elemosina o per la tutela? Siamo per le elargizioni una tantum, a fondo perduto, per i bonus e i superbonus che non modificano strutturalmente le condizioni socio economiche delle persone, o per una affermazione dei diritti fondamentali della convivenza civile, per la pace e per l’equità fiscale?

Valori come carità, tolleranza, elemosina intesa come obiettivo nobile, e più in generale l’assistenzialismo cattolico sono, per l’appunto, solo assistenza, una cura a posteriori che in qualche modo “garantisce” fasce di povertà economica e culturale ma non diventa una richiesta forte di garantire ed estendere i diritti a tutte e tutti. Lavoratrici e lavoratori non sono assistiti, o bisognosi, ma persone con le quali vogliamo elaborare e condividere le politiche generali di estensione delle tutele, non solo nel mondo del lavoro ma dei diritti civili in generale.

C’è un tema di ingerenza politica di uno Stato, peraltro una monarchia assoluta, su un altro Stato, quello italiano, che dovrebbe essere laico; c’è un tema di rapporti economici non chiari, come il pagamento delle tasse su beni in “comodato d’uso” alla chiesa, ma si tratta questioni lunghe e intricate, note da tempo, sulle quali anche l’Unione europea ha espresso posizioni critiche. Il nodo vero è proprio il diverso punto di vista sulla tutela della persona, a partire da una visione che vede scissi corpo e anima, quest’ultima di “proprietà” della chiesa, in una visione tipicamente occidentale.

Sul tema delle diversità sessuali e di genere, tranne qualche timida apertura, si continua a definire una “normalità”, una ortodossia, che “tollera” le differenze, ma solo in parte, con l’effetto di colpevolizzare i credenti che cercano di vivere coerentemente con la propria fede. Tutto questo è ben lontano dalla vera inclusione e dall’apertura alla natura profonda delle persone. Le stesse parole “accettazione”, “apertura”, rimandano ad un atteggiamento di tolleranza di ciò che è diverso o difforme da una regola, data non si sa come né da chi, una situazione odiosa e radicalmente diversa dalla libera espressione dell’essere umano, in termini di sesso, genere e orientamento religioso.

Ancora in questi giorni la chiesa rivendica il diritto alla obiezione di coscienza da parte dei medici in caso di aborto. La stessa coscienza che rende la sterilizzazione chirurgica nelle strutture pubbliche praticamente impossibile anche alle persone per cui la gravidanza rappresenta un rischio esiziale, e che rende impraticabile la contraccezione d’emergenza con l’utilizzo della spirale.

Il tema della sanità, sempre più privatizzata, specie in Lombardia affidata a istituzioni religiose di stampo cattolico, da un lato conferma il conflitto di interessi fra Stato e chiesa, dall’altra rappresenta un serio problema per le lavoratrici e i lavoratori, la cui tutela dei diritti è tutta da verificare, caso per caso. Ma questo è il nostro compito come sindacato. Possiamo ignorare il fatto che uno degli obiettivi della chiesa è il profitto? E che tale, diciamo, forte inclinazione al profitto interferisce con il welfare pubblico e universalistico sottraendogli risorse? Possiamo ignorare che ciò avviene anche nell’istruzione? Che dalla scuola materna fino alle università la chiesa non risparmia alcuno sforzo, anche sui costi del personale, nella competizione con una istruzione che dovrebbe essere laica? Ancora una volta il profitto prevale sulla tutela del diritto delle lavoratrici e lavoratori.

D’altra parte la chiesa fa il suo mestiere, siamo noi a dover distinguere i livelli di analisi e i piani di intervento. Non si tratta di essere banalmente anticlericali, sarebbe un’altra forma di odioso radicalismo.

 

Allora la domanda è: la ricerca di vicinanza è un atto di conciliazione fra i nostri valori e quelli della chiesa? È un atto possibile, o può implicare la cessione di questioni fondamentali nella conquista della uguaglianza dell’essere umano, a prescindere dalla sua appartenenza a una fede religiosa? Vogliamo aprire un dibattito su questi temi? O “stiamo così cor papa”?

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