Vivere e morire negli Usa - di Riccardo Chiari

Nel 2003 il celebre regista Michael Moore vinse l'Oscar con il suo docufilm “Bowling a Columbine”, basato sulla strage scolastica avvenuta alla Columbine High School, Quel 20 aprile 1999 nei pressi di di Denver, Colorado, gli studenti della scuola Eric Harris e Dylan Klebold entrarono armati nell'istituto superiore, e aprirono il fuoco su numerosi compagni di scuola e insegnanti, per poi suicidarsi. Al termine della giornata si contarono 13 morti, 12 studenti e un insegnante, e 24 feriti.

Lo choc per il massacro provocò un lungo dibattito negli Usa sulla legislazione federale e quelle statali, assai diverse fra loro, riguardanti i controlli su vendita, reperibilità e detenzione di armi da fuoco. Eppure, quasi vent'anni anni dopo, nulla appare cambiato: alla Robb Elementary School di Uvalde, Texas, pochi giorni fa 19 bambini e due insegnanti sono stati uccisi da un ragazzo di appena 18 anni, Salvador Ramos. Una strage molto simile al massacro della Sandy Hook Elementary School a Newtown, Connecticut, quando nel 2012 il ventenne Adam Lanza aprì il fuoco e uccise 26 persone tra cui 20 bambini. O a quello del 14 febbraio 2018 alla Marjory Stoneman Douglas High School di Parkland, Florida, quando un altro giovanissimo, Nikolas Cruz, aprì il fuoco uccidendo 17 fra studenti e insegnanti, e ferendone altri 17.

 

Un mese prima dell'ultima strage, l'attuale presidente statunitense Joe Biden ha firmato alcuni ordini esecutivi per cercare di ridurre la violenza armata negli Usa, dove ogni anno si contano decine di migliaia di morti. Ma in un Congresso dove, invariabilmente, esiste una solida e trasversale maggioranza schierata in difesa dei diritti sulle armi, è di fatto impossibile trovare una soluzione legislativa che impedisca, o quantomeno riduca, la proliferazione di armi nelle mani di un numero sempre più consistente di cittadini Usa. E la conseguente certezza che quella di Uvalde non sarà l'ultima strage di innocenti. 

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