Toscana: chi tutela l’Arpat? - di Antonio Melley

La recente inchiesta su possibili collusioni tra alcuni politici toscani, dirigenti regionali e imprenditori del comprensorio del cuoio per condizionare le politiche ambientali, indirizzare norme e regolamenti e limitare le verifiche, ha evidenziato ancora una volta l’importanza che chi esercita funzioni di controllo, vigilanza e valutazione tecnica sia indipendente (terzo), autorevole, e dotato di risorse sufficienti per garantire una prevenzione efficace.

Quello che, invece, è accaduto negli ultimi dieci anni è esattamente il contrario, con un Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Toscana (Arpat), che, dall’essere punto di riferimento, anche nazionale, per istituzioni e cittadini, ricca di energie e capacità, è stata progressivamente smantellata per renderla inefficace e timorosa della sua stessa sopravvivenza.

A pochi mesi dalla sua istituzione (legge regionale 66/1995), tra le prime in Italia, Arpat aveva una dotazione di 447 unità (tra dirigenti e comparto), e nel 2006 l’organico era cresciuto fino a 825 unità. Fino al 2010, il numero di dipendenti è rimasto intorno alle 800 unità, nonostante la richiesta di attività fosse in continuo aumento sia quantitativo che qualitativo, tanto che si stimò un fabbisogno di personale prossimo a mille unità.

In quegli stessi anni però, con la legge regionale 30/2009, fu radicalmente cambiata la natura dell’Agenzia, posta alle dirette dipendenze della Regione, che dava direttive annuali per la programmazione, decideva tutto ciò che si poteva e doveva fare (la “Carta dei servizi”), impartiva vincoli e obiettivi economici (taglio dei costi e limiti alle assunzioni), e doveva autorizzare espressamente ogni rapporto di Arpat con altri soggetti (agenzie, università, istituti di ricerca, ecc.). Con quella legge inoltre fu impedito ad Arpat di svolgere attività di formazione ed educazione ambientale, partecipare a progetti di ricerca e, soprattutto, esprimere pareri autonomi di valutazione e autorizzazione ambientale, ricompresi sempre in quelli emessi dalla Regione stessa.

Con il 2010 quindi iniziò quella fase di progressivo depauperamento di competenze, professionalità e capacità operative che si trascina ancora oggi: il personale scese a 742 unità nel 2011, a 669 nel 2016, fino agli attuali 644 dipendenti ( 2020), con un calo di quasi il 20% in 10 anni.

La legge 132/2016 istituì il Sistema Nazionale di Protezione dell’Ambiente (Snpa). Le novità introdotte, non tutte positive, provocarono la necessaria revisione delle leggi regionali sulle agenzie. L’allora giunta regionale nel 2019 fece una proposta di modifica alla legge di Arpat che recepiva solo formalmente la legge 132/2016, ma lasciava quasi del tutto immutato il rapporto di dipendenza dalla Regione.

La Rsu di Arpat, insieme ai sindacati di categoria e in particolare alla Cgil, anche confederale, iniziò una lunga battaglia per cambiare quella proposta, incostituzionale e contraria al bene comune, arrivando ad intervenire nel dibattito in commissione del Consiglio regionale. Alcuni consiglieri, di maggioranza e opposizione (di sinistra), si convinsero della bontà degli argomenti sindacali, e si riuscì così a migliorare la legge ed eliminare, finalmente, il vincolo di dipendenza con la legge 68/2019.

Per dare un’idea di cosa aveva prodotto il regime della legge 30/2009, unitamente ad una volontà politica sempre meno orientata alla prevenzione e tutela dell’ambiente, basta osservare i dati nel quinquennio 2014-19. Con il finanziamento regionale diminuito del 3,2%, e un calo evidente di tutte le attività principali: ispezioni -10%, controllando meno di 2.400 tra impianti, aziende, ecc. (-16%); pareri emessi -20% circa; 10% di campioni analizzati in meno; crollo (-75%) nei controlli su emissioni in atmosfera (impianti industriali e altro); impianti di gestione rifiuti -52%; rumore -67%; campi elettromagnetici -30%; scarichi industriali -49,6%.

Fu davvero casuale che la giunta regionale avesse voluto tenere alle sue strette dipendenze l’Agenzia? E che Arpat non si sia riorganizzata, nonostante vi fossero più del 30% di incarichi dirigenziali scoperti e la “macchina” perdesse colpi in vari settori? E ancora che, nonostante la modifica del novembre 2019 che restituiva piena “autonomia tecnico- scientifica, amministrativa e contabile” all’Agenzia, non cambiasse nulla fino ad oggi?

Non lo sappiamo, e ci auguriamo che le indagini e la magistratura chiariscano il quadro delle responsabilità. Ma certamente questo legame tra politica, amministrazione e sistema di controllo deve essere scisso, e devono essere trovate le risorse per potenziare e migliorare il funzionamento dell’Agenzia. Arpat infatti, come gli altri soggetti di controllo, è garante di una libera e sana concorrenza: l’assenza di controlli favorisce gli imprenditori che praticano il malaffare e l’illegalità per abbattere i costi.

Infine, avere un’Agenzia che produce dati, informazioni e valutazioni oggettive e tecnicamente consistenti è elemento di trasparenza e di democrazia, permettendo a tutti di giudicare consapevolmente le decisioni politiche.

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