Salario e potere - di Maurizio Brotini

Non passa anno che accademiche dissertazioni non ricordino l’enorme problema salariale presente nel nostro Paese. I salari da fame sono una costante per le giovani generazioni e per i cinquantenni espulsi dalla produzione, magari per far posto a giovani e donne grazie alla decontribuzione offerta dai vari governi. Per gli stessi sessantenni, che vedono la pensione allontanarsi sempre più. Una scelta nefasta rilanciata recentemente dal neo segretario del Pd, che persiste nella non creazione di lavoro, e nella sostituzione fra gli attuali lavoratori e gli esclusi dal lavoro. Una guerra tra poveri, e un favore alle imprese che possono liberarsi di addetti gravati da un maggior costo del lavoro, magari sindacalizzati e ancora coperti dalle garanzie dell’articolo 18, nonostante le manomissioni di Mario Monti e le mazzate di Matteo Renzi.

Si è poveri anche se si lavora. In molti ambiti, anche lo stesso contratto a tempo indeterminato non garantisce lavoro e reddito (come per gli addetti alle cooperative dell’assistenza sociosanitaria, che possono essere a zero ore a seconda della committenza). Il part time involontario è una costante, e per mettere insieme il pranzo con la cena milioni di persone in carne e ossa sono costretti a svolgere tre o più lavori, ibridando oltre ogni limite le varie tipologie contrattuali.

Si è ridotti in situazioni di grave sfruttamento lavorativo, vicino alla riduzione in schiavitù. L’economia informale del lavoro grigio e nero dilaga, e aumentano i morti sul lavoro nonostante la riduzione delle ore complessivamente lavorate. Una massa enorme di forza lavoro a bassissimo prezzo è offerta al sistema delle imprese, alimentata dalle scelte di politica economica e legislativa dei governi, non ultimo quello presieduto da Mario Draghi.

C’è forse un piano di assunzioni nei comparti pubblici di almeno un milione di addetti? Sarebbe una cifra che ci farebbe solamente riallineare alla media europea, quando tutti a parole sostengono che dalla pandemia dovremmo uscirne con un ruolo dello Stato rafforzato, a partire dal bisogno di protezione sociale. C’è forse il rilancio dell’ipotesi, già prospettata al momento dell’istituzione del Servizio sanitario pubblico, di costituire una industria pubblica per vaccini, farmaci e dispositivi biomedicali? No, non c’è niente di tutto questo.

C’è è forse lo Stato come creatore di lavoro di ultima istanza? C’è forse un reddito universale che possa sottrarre forza lavoro (che sono le nostre vite) al più intenso e spietato sfruttamento? Uno sfruttamento fisico, psichico, cognitivo. Dove tutto viene messo a valore, tempo, sogni, sonno, fatica, ingegno. Tutto eterodiretto, anche nelle fabbriche intelligenti dell’Industria 4.0. Il salario misura il potere tra le classi sociali, tra il Capitale ed il Lavoro, tra i padroni e la classe che vive di lavoro.

La questione salariale è così grande che anche lo Stato dovrebbe usare il suo ruolo per redistribuire, certo. Ma nessuna conquista sarà possibile se non si riparte dall’accumulo di forza sociale dentro i luoghi di lavoro e nella società: non ci sono scorciatoie. Lotta, mobilitazioni, solidarietà: un sindacato non semplicemente di iscritti ma di militanti. Militanti a partire dai luoghi di lavoro, militanti sindacali con la passione della politica come istanza di trasformazione collettiva, capaci nel presente di prefigurare la società del futuro, dove le immani capacità produttive siano messe al servizio di una società di liberi ed eguali.

La questione salariale (diretta, indiretta e differita) morde la carne viva della nostra gente: dovrebbe interrogarci di più. Dovrebbe scuotere le nostre discussioni, azioni, proposte. Quanto siamo stati riferimento per quei milioni di lavoratori e lavoratrici che sono sprofondati sotto la soglia della povertà? Per quei milioni di lavoratori non coperti da nessuna forma di ammortizzatori sociali? E per gli stessi settori alti e protetti, creativi e formati, siamo forse un riferimento collettivo più credibile dell’impresa e dei suoi destini?

Il salario misura la forza delle organizzazioni sindacali. Avere ancora molti iscritti non è sinonimo di avere sufficienti militanti. Abbiamo ancora una significativa presenza organizzata, nonostante gli attacchi e la crisi, ma forse la prossima Conferenza d’organizzazione della Cgil dovrebbe interrogarsi senza sconti, se quel che siamo in positivo è ormai il sedimento di stagioni passate invece dell’inizio di un futuro possibile. Occorre recuperare la tradizione consiliare del miglior sindacalismo confederale: senza il protagonismo diretto dei delegati e delle delegate, sarà difficile cambiare rotta.

Sarà molto difficile farlo, se non ci renderemo accoglienti e incroceremo i milioni di giovani lavoratori e lavoratrici che premono ai margini della cittadella dei consumi. Se non sapremo rappresentare ed essere per loro una alternativa di militanza e trasformazione credibile, possibile, praticabile. Se non avremo il coraggio delle nostre radici.

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