Un governo della restaurazione in sintonia con Confindustria. E’ l’ora della mobilitazione - di Giacinto Botti e Maurizio Brotini

L’ennesima tragedia della caduta della cabinovia a Stresa evidenzia la mancanza di manutenzione, di controlli, di scrupoli, avidità e responsabilità da parte della proprietà pubblica e privata, persino la rimozione dei sistemi di sicurezza, come avvenuto, sembra, anche per l’orditoio che ha straziato sul lavoro la giovane Luana D’Orazio. Situazioni che da decenni si ripetono per altre tragedie: ponti che crollano, argini che cedono, treni che deragliano o si scontrano, case abusive o costruite con la sabbia e senza sistemi antisismici, sino alle tante morti sui luoghi di lavoro. 

In un quadro simile, andava ben oltre l’indecenza la previsione del decreto semplificazione di ripristino del massimo ribasso e di subappalti senza limiti. 

È la continuità del sistema della “legge obiettivo” di Berlusconi e dell’ex ministro Lunardi, definito criminogeno da esperti e magistrati di allora. La ripresa così intesa non ha nulla a che fare con il progresso: è importante solo “mettere a terra” i progetti, fare presto, semplificare, come purtroppo chiedono anche Sindaci di centrosinistra. Importante è muovere l’economia: legalità, qualità del manufatto, sicurezza e diritti di chi lavora sono secondari. 

Lo avevamo detto subito senza esitazione: questo governo, politico e non certo tecnico, non ci rappresenta! Il governo Conte II non è stato fatto cadere per scelta incomprensibile di un certo Renzi, ma su un progetto politico pensato per sostituirlo con l’attuale governo, spostato a destra e che fa evidenti scelte classiste, avendo come riferimento il mercato e il profitto, in sintonia con Confindustria e la destra politica e sociale del Paese. 

Non ci meraviglia quanto di indecente e di vergognoso questo governo ha attuato e sta cercando di attuare. Non eravamo prevenuti, né tantomeno estremisti e massimalisti demagogici nell’esprimere il nostro netto giudizio su Draghi e il suo governo. Avevamo come riferimento un’analisi marxista sulle tendenze del capitale e della sua presente crisi globale. E non ci siamo scordati che, rispetto all’uscita dalla crisi sanitaria, economica e sociale, lo scontro tra gli interessi in campo, il rapporto tra Capitale e Lavoro, lo scontro con chi detiene poteri e ricchezze, tra progetti e visioni diverse, sarebbero stati all’ordine del giorno. 

I fatti parlano da soli. Destra e sinistra non sono entità astratte o superate, ma più che mai attuali. Questo è il governo del condono sulle cartelle esattoriali, del ringraziamento allo “stato” libico per come affronta la questione migranti. Fanno nausea le parole ipocrite dinanzi all’ennesima foto di un bimbo morto su una spiaggia libica, italiana o turca.     

Sul piano democratico siamo in presenza di pericolose derive autoritarie, c’è la tendenza ad accentrare la governance del Pnrr, a una gestione dei piani e dei poteri decisionali al Presidente del Consiglio Draghi, l’uomo solo al comando, e ai suoi stretti collaboratori, ai ministri di fiducia che non a caso ricoprono settori decisivi. Si disconosce non solo la democrazia parlamentare, il ruolo del Parlamento, ma, conseguentemente, anche quello della rappresentanza sociale, il sindacato confederale, invitato formalmente anche nella cabina di regia come comparsa per l’ascolto su scelte strategiche già fatte più che da  protagonista, senza riconoscerne le rivendicazioni e il diritto a trattare preventivamente sui progetti in campo. 

La decisione di manomettere il codice degli appalti, l’attacco ai  diritti e alla legalità nei luoghi di lavoro, conquistati a fatica dal movimento dei lavoratori, non sono un errore, ma una scelta, pensata e proposta su indicazione precisa. I parziali miglioramenti al testo iniziale, sul massimo ribasso e su alcune tutele per i lavoratori degli appalti, avvengono su pressione e minaccia di sciopero della Cgil. Ma la logica della deregolamentazione, della “semplificazione” per “correre” e accelerare la messa a terra dei progetti del Pnrr, lo sblocco dei licenziamenti sono parte di quella centralità dell’impresa, del mercato e del profitto perseguite in questi decenni, e spesso privilegiate anche durante la pandemia. 

Le politiche neoliberiste, che hanno prodotto diseguaglianza, povertà, disoccupazione e precarietà di vita e di lavoro, non sono sconfitte e sono in campo. La sintonia agli interessi di Confindustria e della destra politica sullo sblocco dei licenziamenti, la devastante proposta sulla semplificazione dicono molto di più di qualsiasi analisi. Persino il deciso No di Draghi alla non certo rivoluzionaria proposta sulla tassa di successione per dare un “bonus” ai giovani - peraltro mal presentata e di carattere caritatevole e paternalistico - rende evidente anche a chi non vuol vedere che questo è un governo che prepara la restaurazione sociale pur ammantandosi da innovatore del Paese. Il fronte della destra, insieme a Italia Viva, sa dove e con chi stare, quali interessi difendere, a quale società aspirare. Quello che manca ancora oggi al fronte progressista e di centrosinistra, che non fa mai i conti con le scelte e gli errori del passato. 

Basta con la retorica delle riforme. Vogliamo sapere, per esempio, se la madre di tutte le riforme, quella del Fisco, punterà alla redistribuzione di ricchezza e reddito, alla tassazione dei grandi patrimoni, o a favorire l’evasione, le diseguaglianze e l’espansione ancora del profitto. Se le risorse necessarie per sanare un debito pubblico alle stelle, per mantenere servizi e diritti sociali per tutti, scuola e sanità in testa, si prenderanno ancora dalle pensioni e dal lavoro o contribuiranno le tasse di chi oggi paga poco o nulla. Se, in merito al mercato del lavoro precario, con circa cinquanta tipologie di rapporti di lavoro, con oltre 900 contratti, molti dei quali pirata, si vuole portare quel cambiamento necessario da noi richiesto. Se si modifica quel Jobs act, voluto da Renzi e dal Pd, che ha portato ulteriore precarietà e cancellato l’articolo 18, un pilastro della dignità del lavoro contro le discriminazioni e i soprusi dell’impresa. Oggi, è quanto mai necessario ripristinarlo in presenza di una possibile ondata di licenziamenti per ristrutturazione o riorganizzazione dell’impresa dopo il Covid. Redistribuire il lavoro, ridurre gli orari diventerà passaggio dirimente in una società dove la tecnologia spinta si mangerà sempre più posti di lavoro. E vogliamo sapere come sarà fatta e chi pagherà la necessaria riforma universalistica degli ammortizzatori sociali.       

Siamo dentro al moderno e mai sopito scontro di classe. Chi si richiama alla sinistra politica e alla sua storia farebbe bene a fare i conti con questa realtà: l’equidistanza tra capitale e lavoro non regge, non ti fa riconoscere da quel mondo del lavoro che oggi non si sente rappresentato e protetto da nessuna forza parlamentare. 

Questo governo è impegnato a “modernizzare, sburocratizzare, digitalizzare, innovare” il Paese, non a cambiarlo, a renderlo più uguale e più giusto, allargando diritti sociali e civili, garantendo servizi sociali pubblici, un ruolo dello Stato in economia, una pensione decente, un reddito di sostegno e una occupazione stabile con una politica industriale innovata. Il cambiamento radicale e di progresso non è nella visione del governo. Non vengono aggredite le diseguaglianze e le ingiustizie. Oggi lo scontro di ordine generale e confederale si gioca sul futuro del Paese per i prossimi decenni. La continuità con il passato sarebbe una sconfitta e porterebbe alla regressione valoriale, sociale e democratica del Paese. 

È tempo che il mondo del lavoro, le confederazioni sindacali, ritornino in campo con decisione, a mobilitarsi, a scioperare con determinazione, per contrastare il disegno di Confindustria e della destra sociale e politica, per la conquista delle nostre richieste, della nostra idea di progresso e di futuro. La tenuta unitaria è fondamentale, ma non può sacrificare l’autonomia, l’identità, la rappresentanza, la credibilità, la fiducia conquistata dalla nostra Cgil sui luoghi di lavoro e nella società. Non possiamo essere subalterni a nessuno, se si deve ci si prepara a mobilitarci anche da soli.  

Occorre per questo riconoscere i limiti e difficoltà avute anche come Cgil. Occorre ridare forza, senso e passione alla militanza, coinvolgere tutto il gruppo dirigente diffuso, convocare i Direttivi e le Assemblee generali per cambiare il passo, prepararci a organizzare la lotta, la mobilitazione, gli scioperi di categoria e generali. La posta in gioco è alta e la sfida enorme: non possiamo che affrontarla, senza fughe in avanti, con decisione e radicalità. Occorre soprattutto tornare in tempi stretti nei luoghi di lavoro. Senza i delegati e le delegate, le lavoratrici, i lavoratori, i pensionati e i giovani, senza la loro forza e la partecipazione consapevole e attiva la partita è persa.  

Di  questo occorre avere responsabilità e consapevolezza.

Dobbiamo ascoltare e conoscere i bisogni, le condizioni di vita e di lavoro delle persone, coinvolgere, parlare, conquistare consenso e disponibilità alla mobilitazione. Dobbiamo fare battaglia valoriale e culturale, fare informazione, sindacalizzazione e politicizzazione, da tempo carenti, portare conoscenza, riflessione su ciò che sta avvenendo, ristabilendo verità sui processi in atto, non solo a livello italiano, sulla natura di  questo governo e sui pericoli sul piano sociale e democratico.

La Cgil deve essere sempre più il luogo dell’abbraccio, dell’ascolto e della speranza. Dell’organizzazione e della militanza plurale e collettiva di coloro che vogliono essere lavoratori e cittadini con gli stessi diritti in un Paese migliore e più giusto. 

Con la Cgil unita possiamo rendere possibile il cambiamento e conquistare il nostro orizzonte.   

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