Gilbarco spompa i lavoratori - di Frida Nacinovich

Chiunque si fermi a fare benzina ha a che fare con i macchinari Gilbarco. Le colonnine dove mettere i contanti o la carta di credito sono prodotte dalla Gilbarco Veder-Root, costola della multinazionale americana Vontier. Un impero su cui non tramonta il sole, grazie alla produzione e distribuzione di attrezzature e soluzioni per il pagamento dei carburanti. Insomma le pompe di benzina, a cui Gilbarco fornisce non solo i terminali per le casse di pagamento, in self service e non, ma anche centraline e sonde di livello per le cisterne. Bilanci più che rosei quindi. Ma come per tutte le multinazionali, quando vengono decise delle riorganizzazioni, i lavoratori toccano ferro.

Nuvole nere su 31 addetti diretti e 39 cosiddetti “somministrati”, cioè interinali, dello stabilimento fiorentino della Gilbarco. Un temporale che né la Fiom né il Nidil vogliono vedere abbattere sullo storico stabilimento di via de’ Cattani, nonostante la costola italiana della multinazionale, la Gilbarco Italia Srl, abbia già aperto la procedura di licenziamento collettivo dei 70 operai. Vite sacrificabili sull’altare della consueta “riorganizzazione” cara ai conglomerati industriali, nel segno dei profitti che non sono mai sufficienti. “L’azienda vuol chiudere le produzioni a Firenze per spostarle in Germania, a Salzkotten – spiega Paolo Ferraioli - senza offrire alcuna alternativa”.

In fabbrica dal 1997, Ferraioli ha lavorato nel reparto montaggio, per l’assistenza, il controllo qualità, insomma è un esperto. Lui, delegato sindacale per la Fiom Cgil, si ricorda ancora bene di un altro momento di crisi, nel 2002. Prova a scherzare parlando dell’eterno derby fra Italia e Germania. “Ora ci risiamo”. Poi torna serio e osserva sconfortato che queste emorragie di posti di lavoro non sono certo legate a un momento di difficoltà. “L’azienda non è assolutamente in crisi - sottolinea - questa ‘riorganizzazione’ risponde ancora una volta alla sola volontà di aumentare i margini di profitto. Come canta Jovanotti ‘non gli basta mai, non gli basta mai’”.

Gli azionisti ingrassano, gli operai soffrono. Insieme alla Fiom (per gli addetti diretti) e al Nidil (per gli interinali), la Rsu ha organizzato un presidio davanti alla Regione Toscana in occasione del secondo incontro fra Gilbarco, istituzioni e sindacati, il primo dopo l’avvio della procedura di licenziamento. “Anche perché Gilbarco - tiene a dire Ferraioli - fa parte del board della Confindustria fiorentina, e i progettati licenziamenti nello stabilimento di via de’ Cattani continuano a far discutere, in assenza di un’effettiva crisi industriale”. Proprio così, siamo di fronte a uno stabilimento di eccellenza, e per questo fa ancor più male vedere i compagni di lavoro che ricevono le lettere di licenziamento.

Un’altra brutta pagina per l’industria della città del Giglio, che solo pochi mesi fa si è mobilitata in difesa di un’altra fabbrica storica del territorio, la Gkn di Campi Bisenzio, chiusa anch’essa per decisione di imperio di una multinazionale e oggi alle prese con una quantomai difficoltosa reindustrializzazione. Fiom e Nidil hanno chiesto le assunzioni dei lavoratori somministrati; ammortizzatori sociali che tutelino i 70 operai a rischio: una riorganizzazione industriale con un piano ad hoc; l’avvio di una fase di formazione professionale, per la ricollocazione dei lavoratori in funzione di nuove mansioni richieste. Anche se la strada da fare per evitare i 70 licenziamenti resta impervia.

“Era da tempo che Gilbarco desiderava trasferire le produzioni in Germania - racconta ancora Ferraioli - hanno aspettato un po’ ma la decisione era già stata presa. Una doccia fredda arrivata su lavoratori che non si sono mai tirati indietro. Anche nei periodi più difficili della pandemia, quando avevi paura ad uscire di casa e ti svegliavi la mattina ascoltando il bollettino dei morti da Covid 19. Lavoravamo per l’intera giornata con guanti e mascherina, stando molto attenti ad evitare il contagio. Dopo tutto quello che abbiamo fatto, ci hanno ringraziato con i licenziamenti”.

 

Per Ferraioli è inaccettabile che una fabbrica storica, che da più di cinquant’anni fa parte del panorama industriale del capoluogo toscano, con produzioni di eccellenza, venga considerata né più né meno come un’unghia da tagliare. “Il problema non è solo il nostro - ragiona Ferraioli - ma di gran parte dell’industria manifatturiera, quella ad alto valore aggiunto, che pezzo dopo pezzo viene sacrificata. Poi le leggi italiane fanno il resto, consentendo l’utilizzo di lavoratori interinali ben oltre ogni limite dettato dal buon senso. Si può lavorare come interinali per dieci anni? Per non parlare del numero di consulenti, un altro piccolo mondo che ruota intorno a Gilbarco fatto di persone in carne e ossa, che vengono abitualmente in fabbrica, ma che non risultano dipendenti”. Classe 66, Ferraioli ha ancora l’ambizione di chiudere la sua vita lavorativa in via de ‘Cattani. Impossibile dargli torto.

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