Diritti dei lavoratori detenuti: il ministero batte un colpo? - di Denise Amerini

Al seminario Cgil del primo giugno reazioni positive di Inps e dicastero del Lavoro.

Mercoledì primo giugno si è tenuto, in Cgil Nazionale, il seminario dal titolo “Le tutele del lavoro per le persone ristrette in carcere”. L’iniziativa nasce dal mancato riconoscimento della indennità di disoccupazione ai lavoratori detenuti, all’interno del ragionamento complessivo sui diritti del lavoro penitenziario che la Cgil sta portando avanti da tempo.

La giurisprudenza costituzionale sostiene la formale equiparazione del lavoro penitenziario con il lavoro libero, che, pertanto, non può derogare dalla comune disciplina giuslavoristica e previdenziale, e le norme, a partire dall’Ordinamento Penitenziario del 1975, fino D. Lgs 124 del 2018, stabiliscono che i detenuti che lavorano hanno diritto ad un trattamento che “deve riflettere” quello della società libera, compresi i benefici previdenziali.

Permangono tuttavia differenze importanti, a partire dalla retribuzione, stabilita nella misura dei due terzi di quella contrattualmente prevista, e nell’accesso agli ammortizzatori.

L’Inps, negli anni, aveva sempre riconosciuto l’indennità di disoccupazione ai detenuti impegnati in attività lavorativa retribuita all’interno dell’istituto penitenziario, o alle dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria. Con il messaggio 909 del 5 marzo 2019, però, ribalta il proprio orientamento, non riconoscendo l’indennità di disoccupazione Naspi in occasione dei periodi di inattività in cui i detenuti vengono a trovarsi, e su questo la Cgil, con il collegio legale di Inca, ha promosso numerosi ricorsi amministrativi, con esito positivo. La negazione del beneficio della Naspi si pone infatti in contrasto non solo con il principio di uguaglianza, ma anche con la funzione rieducativa che deve avere la pena, stabilita dalla nostra Costituzione.

La non completa declinazione di tutele e diritti mette in discussione proprio il progetto inclusivo di rieducazione e reinserimento sociale che deve attuarsi attraverso il lavoro: la natura “educativa” del lavoro penitenziario deriva dal fatto che si ripropone il vincolo di subordinazione proprio dei normali rapporti di lavoro, e dal fatto che sia accompagnato dalle comuni tutele giuslavoristiche.

Sono contraddizioni che ancora sottendono una logica afflittiva nei confronti dei reclusi. E, come organizzazione sindacale, non possiamo accettare che i diritti del lavoro, dei lavoratori, siano declinati in maniera diversa a seconda di chi è la persona che svolge quel lavoro.

Al seminario sono stati invitati il dottor Sabatini, direttore della D.G. Ammortizzatori Sociali dell’Inps, e il dottor De Camillis, responsabile della D.G. Rapporti di Lavoro del ministero del Lavoro, per rappresentare loro la necessità di superare quella circolare, che ha prodotto vertenzialità nei territori, provocando oltretutto un incremento dei costi per Inps, che ogni volta si trova a dover sostenere anche tutte le spese legali.

Non possiamo che sottolineare l’esito positivo della nostra iniziativa, in quanto, oltre ad aver entrambi condiviso l’opportunità di procedere secondo quanto da noi richiesto, il rappresentante del ministero del Lavoro ha assunto l’impegno di valutare la produzione di atti utili a governare in maniera univoca le richieste di prestazioni di lavoratori detenuti ed ex detenuti, e dare concreta e positiva soluzione alla questione.

Questo ci motiva nel proseguire, ed intensificare, l’attività vertenziale in tutti i territori, perché di indubbio sostegno e sprone all’attività istituzionale, rafforzando anche la nostra presenza all’interno degli Istituti Penitenziari, per promuovere consapevolezza fra le persone ristrette dei propri diritti, e agire nel concreto le tutele dovute.

Non possiamo permettere che prevalga quel pensiero, che oggi rischia di diventare predominante, per cui le persone ristrette possono (o addirittura devono) avere diritti inferiori. Lavoro, salute, affetti, devono essere garantiti a tutti. Il 20 maggio scorso abbiamo ragionato, a Firenze, su un contratto individuale di assunzione per chi lavora alle dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria. Con questa iniziativa, affrontiamo il tema del riconoscimento della Naspi, all’interno del ragionamento complessivo che come Cgil portiamo avanti perché il lavoro in carcere abbia pieno riconoscimento e pieni diritti, altrimenti non è lavoro, è altro.

 

Sul sito di Collettiva (www.collettiva.it) è possibile rivedere la registrazione dei lavori.

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