Informazione, processi produttivi e cambiamento climatico. Breve reportage sul giornalismo d’inchiesta ambientale italiano - di Fabrizio Denunzio

Seconda parte. La prima parte sul numero 10/2022.

Si può dire che sia proprio con un metodo storico-sociale di questo tipo, praticato senza nessuna formulazione cosciente da parte dei suoi autori in sede di inchiesta sul lavoro, ad essere nato il giornalismo ambientale in Italia. Definire così “I minatori della Maremma” di Luciano Bianciardi e Carlo Cassola, pubblicato in volume nel 1956, ma preparato da una serie di articoli sulla questione mineraria nel grossetano usciti su “L’Avanti” e sulla rivista “Nuovi Argomenti” tra il 1952 e il 1954, solo in parte può essere ritenuta una forzatura.

Lo è nella misura in cui gli autori iniziarono le loro indagini in seguito alla catastrofe del 4 maggio del 1954, causata dallo scoppio di grisù nel pozzo Camorra nella miniera di lignite di Ribolla (Comune di Roccastrada in provincia di Grosseto) del colosso chimico Montecatini, e che provocò la morte di quarantatré minatori. Lo è di meno se si pensa a quanta responsabilità ebbe nel determinare quella tragedia sul lavoro, oltre alla riconosciuta responsabilità penale dell’azienda per aver bloccato il sistema di ventilazione nelle gallerie più profonde per due giorni, anche l’aggressività dei metodi di estrazione del carbonfossile, le cui conseguenze ricaddero sull’intera struttura morfologica della miniera.

“I minatori”, allora, non solo rimane una delle grandi testimonianze storiche dell’inchiesta in Italia quando questo tipo di ricerca sociale ancora non esisteva ma, letta alla luce della coscienza climatica contemporanea, diventa una sorta di prototipo di inchiesta giornalistica ambientale, lì dove questa è realmente tale perché assume il 'climate change' come conseguenza del modo di produzione capitalista, ossia dell’organizzazione del lavoro e dell’impatto che essa ha sulla salute dei lavoratori. Il metodo storico-sociale de “I minatori” fa emergere tutte queste dimensioni.

Il territorio maremmano è da subito sottratto alla visione turistica di patria dei butteri per essere inquadrato geomorfologicamente in quanto suolo ricco di risorse minerarie naturali: pirite da cui ricavare zolfo, cinabro per ottenere mercurio e lignite come carbonfossile. Di conseguenza, la storia industriale della Montecatini, ossia della più grande industria chimica italiana, è vista contemporaneamente nella doppia prospettiva del continuo sfruttamento del territorio e della forza-lavoro. In entrambi i casi gli effetti sono devastanti.

Clima e ambiente, già nei primi anni di produzione, risultano immediatamente alterati: non solo in termini architettonico-urbanistici con la paesaggistica naturale sempre più invasa dalle forme della civiltà industriale, ma anche in termini di inquinamento e di salubrità, e questo grazie agli scoli e alle risulte della miniera.

La situazione di certo non migliora passando dallo sfruttamento della natura a quello dell’uomo. E questo non solo in termini di organizzazione del lavoro e di politiche repressive (la Montecatini ha sempre al suo fianco i governi fascisti prima e quelli democristiani poi, ossia squadristi e celerini pronti a intervenire per spezzare la resistenza operaia), ma soprattutto in termini di tutela della salute, compromessa tanto dalle polveri della miniera (silicosi e altre malattie polmonari sono il premio di produzione per i minatori) quanto dal mancato rispetto da parte dell’impresa delle condizioni di sicurezza sul luogo di lavoro, inosservanze dettate da molteplici fattori: dai ritmi di lavoro imposti dal cottimo all’obsolescenza dei macchinari. Le storie di vita dei minatori raccontano ancora tutto ciò.

Guardata alla luce degli effetti generati dal modo di produzione capitalista sul clima, il lavoro e la salute, “I minatori della Maremma”, col suo metodo storico-sociale, dimostra di essere il prototipo di ogni inchiesta giornalistica che voglia dirsi ambientalista.

Nel 2018 l’editore Feltrinelli pubblica tutti gli interventi su Taranto di Alessandro Leogrande, raccolti col titolo eloquente “Dalle macerie”. Cronologicamente vicina all’inchiesta ambientalista di Liberti, quella di Leogrande non potrebbe esserle più lontano per spirito e metodo, così tanto da renderla attualmente contemporanea a quella di Bianciardi e Cassola, da cui la separa mezzo secolo.

A cinque anni dall’improvvisa e prematura morte dell’autore, la sentenza sul processo “Ambiente svenduto” del 31 maggio 2021 sembra recepire idealmente i risultati dell’intera riflessione sul sistema Taranto portata avanti da Leogrande, a partire dalla fine degli anni Novanta del Novecento.

I reati accertati per i quali la Corte di Assise di Taranto ha inflitto condanne pesantissime a imprenditori (i fratelli Riva, proprietari dell’Ilva dal 1994 al 2012) e politici (Nichi Vendola, ex presidente della Regione Puglia) formalizzano a livello penale quanto le inchieste giornalistiche di Leogrande avevano fatto emergere con decisione e lucidità a livello socio-economico: “Concorso in associazione per delinquere per disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro”.

Il punto di forza delle indagini di Leogrande può essere sintetizzato in quell’enunciato programmatico formulato nell’articolo “Un doppio fallimento”, uscito su “il manifesto” del 5 giugno del 2013, con cui affermava che a Taranto non si stesse trattando “solo” di inquinamento o di lavoro da salvare, ma di una situazione attraverso cui passava un segmento significativo dell’intera questione sociale italiana: dall’interventismo statale di matrice assistenzialistica nel Mezzogiorno, franato di fronte alla logica delle privatizzazioni, al crollo delle logiche pentapartitiche della prima Repubblica, incubatrici del successo della destra radicale di tradizione neofascista ai vertici del governo cittadino locale.

Agli occhi di Leogrande, non si può affrontare il disastro ambientale dell’Ilva di Taranto senza collegarlo al più generale disastro socio-economico-sanitario-politico rappresentato dal degrado delle relazioni sul luogo di lavoro prima e dopo la privatizzazione dei Riva, della salute dei lavoratori fuori e dentro la fabbrica, e quella dei cittadini nei quartieri più difficili della città limitrofi al complesso siderurgico, dei rapporti tra classi nel tessuto sociale urbano e quelli tra partiti e criminalità organizzata, che raggiungono tutta la loro promiscuità nell’era di Giancarlo Cito e del suo partito AT6, Lega d’Azione Meridionale.

Questa visione totalizzante che investe il fenomeno ambientalistico tarantino non può che essere il risultato di un metodo storico-sociale altrettanto onnicomprensivo. Con gradi di complessità differente, esso è all’opera in ogni intervento di Leogrande: articolo di giornale, saggio su rivista, libro. Lo ritroviamo operativo in altri suoi lavori, penso a quello sullo sfruttamento degli immigrati nel foggiano durante la raccolta del pomodoro, “Uomini e caporali” (2008).

Per arrivare al nesso salute-lavoro, così drammaticamente messo in crisi dall’Ilva, questo metodo induce a partire dalla storia industriale di Taranto, il che vuol dire risalire alle condizioni strutturali del meridione d’Italia all’indomani della Seconda guerra mondiale, quando gli si impose, per sedare ogni forma di conflitto sociale, uno sviluppo forzato, un modello di progresso disposto a tutto pur di salvare i livelli occupazionali. L’inquinamento ambientale prodotto dall’emissione di fumi e gas nocivi, con il relativo aumento dei tassi di tumore nella popolazione tarantina, sono l’esito di questa logica ferrea.

Ora, la storia industriale di questa città è anche una storia politica, le cui storture storiche sembrano precipitare tutte, come una cartina al tornasole, con la vittoria dell’estrema destra negli anni Novanta. In questo senso, il metodo di Leogrande non consente di disgiungere i Riva dai Cito.

Infine, il futuro. Attraverso una serie di interviste a giovani operai precari dello stabilimento in attesa di stabilizzazione definitiva, l’autore verifica non solo la loro disponibilità ad accettare l’inquinamento prodotto dalla fabbrica come necessario ai fini della continuazione della produzione, ma soprattutto la loro accondiscendenza nei confronti del disciplinamento e dell’obbedienza volute dalla dirigenza.

La privatizzazione dell’impianto, in pieno accordo con i dettami del neoliberismo, mettendo fuori gioco l’azione sindacale – uno degli intervistati dice che al momento dell’assunzione ha dovuto “garantire di non essere iscritto al sindacato” – ha definitivamente liquidato quella singolare figura operaia del “metalmezzadro” (definizione di Walter Tobagi spesso usata da Leogrande), tipico prodotto dell’industrializzazione forzata di questa area e delle lotte degli anni Sessanta, combattivo in fabbrica e bracciante agricolo di ritorno nella sue terre.

In Leogrande, come già avveniva con Bianciardi e Cassola ma non con Liberti, ogni forma di cambiamento climatico acquista senso solo in funzione della questione sociale, il che vuol dire, in virtù delle conseguenze che il modo di produzione capitalista ha sulla vita di ognuno di noi.

A questi risultati sono sicuro che ogni inchiesta giornalistica di tipo ambientalistico può e deve arrivare, impiegando un metodo che tenga conto dell’oggettività dei processi storici e delle soggettività in esso implicate.

 

 
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