Lo sciopero del 30 maggio chiede risposte concrete - di Raffaele Miglietta

Dopo la protesta, la scuola attende il rinnovo contrattuale e lo stralcio del provvedimento lesivo dell’autonomia professionale e delle relazioni sindacali.

In cinque mesi la scuola ha scioperato due volte, prima a dicembre 2021 contro la legge di bilancio che non stanziava le risorse necessarie per rinnovare il contratto di lavoro, e poi lo scorso 30 maggio contro il provvedimento governativo (inserito nel Dl 36/2022 relativo alle misure urgenti per il Pnrr) che impone ai docenti un meccanismo selettivo e premiale basato sulla formazione al di fuori di ogni regolazione tra le parti.

Così non c’è pace per il personale della scuola, che non si aspettava un premio ma almeno di non essere mortificato dopo due anni di pandemia durante i quali, senza adeguati mezzi e sufficiente supporto, ha comunque assicurato agli alunni e studenti la continuità dell’attività didattica. Invece il governo, disattendendo tutti gli impegni assunti anche formalmente con il “Patto per la scuola”, è intervenuto di forza per imporre un meccanismo competitivo al personale insegnante, in pieno contrasto con il carattere collegiale e cooperativo del lavoro didattico.

Non a caso la reazione della categoria è stata molto forte e sentita, nonostante la giornata di sciopero sia caduta in un periodo complicato per la scuola che vede tutto il personale impegnato negli adempimenti relativi alla conclusione dell’anno scolastico (preparazione esami, scrutini, ecc.).

“Lo vuole l’Europa” è la motivazione con cui il ministro dell’Istruzione Bianchi ha giustificato l’adozione del provvedimento sulla scuola, sostenendo che senza questa misura sarebbero a rischio i finanziamenti del Pnrr per l’istruzione. E così ci risiamo: l’Europa torna ad essere lo spauracchio alla cui volontà sacrificare tutte le aspettative e i diritti dei lavoratori.

Senonché in nessun passaggio del Pnrr si afferma che occorra introdurre un sistema premiale e selettivo dei docenti basato sulla formazione, e che tutto questo debba avvenire a discapito della contrattazione e delle relazioni sindacali. A meno che non esistano “raccomandazioni” della Commissione europea - sconosciute ai più - che impongano precisi vincoli e condizioni penalizzanti per il nostro Paese e in particolare per i lavoratori per poter accedere ai finanziamenti del Pnrr. Un’ipotesi questa affatto peregrina, oltre che molto inquietante (si vedano i Country Reports della Commissione europea dello scorso 23 maggio), considerata la predilezione delle burocrazie europee per le ricette di austerità e le politiche neoliberiste - che già tanti danni hanno procurato - che sono condivise da buona parte della nostra classe dirigente a partire dal presidente del consiglio.

Tutto ciò avviene mentre il contratto di lavoro della categoria è scaduto da ben tre anni e sei mesi. Di recente sono stati pubblicati dall’Aran (l’Agenzia per la contrattazione pubblica) i dati relativi all’andamento delle retribuzioni del personale della Pubblica amministrazione (Pa) negli ultimi dieci anni, da cui risulta che a fronte di un’inflazione cumulata dell’11,8% gli stipendi degli statali siano aumentati solo del 5,3%, ovvero meno della metà dell’inflazione. In questo quadro, già deprimente in generale, emerge in particolare che i lavoratori del comparto “Istruzione e ricerca” abbiano gli stipendi più bassi di tutta la Pa - mediamente 30.697 euro - a fronte di una media retributiva dell’intera Pa di 37.073 euro, con un differenziale di circa il 20%.

Mentre altri settori pubblici hanno già rinnovato il contratto relativo al triennio 2019-2021, per il settore “Istruzione e ricerca” il primo incontro per l’avvio della trattativa si è svolto solo lo scorso 17 maggio, in vista dello sciopero della scuola. È stata questa l’occasione per la Flc Cgil di rinnovare tutte le proprie rivendicazioni, dalla tutela del potere d’acquisto degli stipendi, alla richiesta di ulteriori stanziamenti economici necessari per colmare il differenziale retributivo dei lavoratori dell’Istruzione rispetto a quello degli altri comparti pubblici, fino alla necessità di ricondurre alla contrattazione tutte le materie riguardanti il rapporto di lavoro, comprese quelle relative a formazione e valorizzazione professionale sottratte dal Dl 36/2022.

Vedremo se il Parlamento, in sede di conversione in legge del Dl 36/2022, stralcerà le parti che riguardano la scuola, o comunque apporterà le modifiche necessarie per rispondere alle forti proteste provenienti dal mondo della scuola.

Se ciò non avverrà, è evidente che la mobilitazione dovrà continuare nei prossimi mesi, per contrastare le conseguenze dell’intervento autoritario del governo sulla scuola, e rimuovere tutti gli ostacoli al rinnovo contrattuale del comparto.

 

 
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