Disney vuole chiudere i negozi e vendere solo on line - di Federico Antonelli

Il 21 maggio, nel corso di una riunione tra la direzione aziendale e le rappresentanze sindacali, assistite da Filcams, Fisascat e Uiltucs, Disney Italia ha annunciato la chiusura di tutta la rete di vendita e la messa in liquidazione della società. Un annuncio che ha sconvolto tutti per le dimensioni del problema e per la radicalità della scelta.

La rete di vendita Disney è fatta da 15 punti vendita tra negozi e “corner” all’interno di grandi magazzini. Sono occupati circa 250 lavoratrici e lavoratori in una catena presente in Italia da venti anni. Alcuni negozi sono collocati nei centri storici delle città, in posizioni di enorme prestigio e visibilità (Milano Corso Vittorio Emanuele, Roma Via del Corso, Napoli Via Toledo) e sono un punto di aggregazione commerciale oramai consolidato: molti di noi vi avranno portato i propri bambini a fare un giro e respirare l’aria da sogno di giocattoli e oggetti targati Walt Disney. Ma purtroppo anche le favole finiscono, e il capitalismo non guarda in faccia alla poesia dello sguardo infantile che ha affascinato e blandito.

La scelta di chiudere non è giustificata da insufficienti risultati economici, dalla crisi pandemica che sta rischiando di mettere in ginocchio molte catene commerciali. Non è frutto di una attenta analisi del mercato italiano o di una presunta insufficienza del giro d’affari nazionale. No! La scelta che la più grande compagnia di “entertainment” mondiale sta operando è quella di indirizzare tutta la propria offerta commerciale sul canale “on line”. Infatti la chiusura di tutta la rete non riguarda solo l’Italia ma sostanzialmente tutto il mondo.

La notizia ha avuto una notevole risonanza: tutti gli organi di stampa hanno rilanciato in maniera molto visibile i comunicati delle federazioni nazionali del commercio; la televisione ha seguito il caso, e i lavoratori hanno ottenuto notevole visibilità nella giornata di sciopero di sabato 26 maggio.

Nelle prossime settimane si avvieranno i confronti a livello ministeriale e aziendale: nostro obiettivo è preservare l’occupazione nella maniera più forte possibile. Molte delle lavoratrici e dei lavoratori di Disney sono occupati presso questi negozi da diversi anni, e hanno maturato un legame profondo con la propria realtà lavorativa. Questo legame era uno dei grandi valori e motivi di successo della catena, dei negozi sul territorio.

Qui emerge un tema che questa vicenda sta ponendo all’attenzione: l’esperienza della pandemia sta modificando molti nostri comportamenti. Il commercio sta vivendo giorni complessi, in cui il cambiamento di questi comportamenti potrebbe avere conseguenze importanti. Il blocco degli spostamenti, e la chiusura dei negozi e degli uffici posizionati nei centri storici, stanno modificando la geografia del commercio. Le vendite on line hanno moltiplicato il proprio volume di affari, e anche in un Paese dalle abitudini sociali radicate, come il nostro, il rapporto con l’acquisto in termini di esperienza sta cambiando. Molti hanno imparato a comprare sui siti on line, e un patrimonio di esperienza, capacità, legame con il proprio lavoro e il proprio territorio rischia di venire meno.

Disney ne è precursore: chiudere i negozi e dirottare tutte le proprie attenzioni sul commercio on line. Calano gli investimenti, si perdono le professionalità e i posti di lavoro e si aumentano i profitti; che sono già altissimi, è bene ricordare.

Fermare il futuro è impresa impossibile, e le nuove abitudini sono difficili da modificare. Ma è indispensabile che tutti facciamo una riflessione: qualche settimana fa, nel corso di un convegno sul tema del commercio on line, una studiosa esperta di flussi commerciali ha spiegato che le abitudini dei consumatori non sono mai realmente consolidate. Ciò che oggi appare certo domani può modificarsi. Una abitudine acquisita si può rimettere in discussione: quindi il ritorno della clientela al negozio, al rapporto con il proprio negoziante può tornare appena le condizioni sanitarie saranno nuovamente serene.

Ma nel frattempo cosa accadrà? Potrà la cassa integrazione salvaguardare il lavoro di commessi e addetti di negozio? E se le grandi catene abbandoneranno il mercato “fisico”, il consumatore sarà orientato ai soli acquisti on line? Se osserviamo il fenomeno ci rendiamo conto di come il commercio on line sia la sola possibilità di acquisto di prodotti di massa in alcune aree del Paese. In molte città di piccole dimensioni l’offerta commerciale non è adeguata a necessità e interessi dei consumatori, e questi si rivolgono all’on line. Se questo accadrà anche nelle grandi e medie città, allora il processo si stabilizzerà e il lavoro di negozio si ridurrà drammaticamente.

Questo ci insegna oggi la vicenda Disney: la tutela del lavoro del commercio inizierà dal modello che la politica saprà indirizzare, senza tentennamenti e senza infingimenti. Magari iniziando a operare anche una vera politica fiscale nei confronti dei colossi dell’on line, che producono utili immensi senza dover pagare la giusta imposizione fiscale.

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