Guglielmo, un leader rispettato e amato - di Claudio Treves

Rigore nell’analisi, capacità d’ascolto, tensione unitaria ed empatia, insieme alla gentilezza, sono state le sue qualità decisive. 

Il mio primo ricordo di Guglielmo Epifani risale all’inizio degli anni ‘80 del secolo scorso, o forse addirittura prima. Ero ad Ariccia, la scuola sindacale della Cgil, ad uno dei primi corsi per funzionari sul tema del terziario privato, e fu lui a tenere una delle relazioni. Mi colpì la sua giovane età e la sua preparazione: un po’ prevenuto lo ero, visto che lui era del Dipartimento Industria (si chiamava così all’epoca), e noi giovani funzionari della Filcams eravamo convinti che l’approccio confederale di considerare il terziario come semplice residuo di quanto avveniva nell’industria fosse sbagliato. In più eravamo in lite con il Pci, soprattutto romano, che avversava lo sviluppo della grande distribuzione e perseguiva una “politica delle alleanze” (mal concepita) con la parte più retriva della Confcommercio. Per questo fui sorpreso dalla scelta di Guglielmo di focalizzare la sua relazione sulle prospettive di crescita di un terziario moderno e – come si diceva allora – “avanzato”.

Il ricordo serve solo a dimostrare ancora una volta quanto Guglielmo, fin da giovane, sapesse di cosa parlava, di quanto la sua mente fosse aperta anche rispetto a convinzioni consolidate nell’organizzazione, di quanto sapesse vedere sviluppi che altri non riuscivano.

Il suo è stato un percorso raccontato tante volte in questi giorni, e non ci torno su. Vorrei dire qualcosa sul suo stile di direzione: non gli sono capitati anni facili, a cominciare da un’eredità pesante quale quella di Cofferati, eppure ha saputo tenere la Cgil unita nello scontro con Berlusconi e la Confindustria; nel dissenso anche radicale con le scelte delle altre organizzazioni confederali non ha mai chiuso la porta ad una discussione unitaria; ha saputo gestire un dibattito interno acceso senza interrompere mai il filo comune dell’unità dell’organizzazione.

Credo che gli sia anche capitato il passaggio più difficile per un segretario della Cgil: relazionarsi criticamente con un governo che si dichiarava “amico”. Ricordo bene la telefonata agitatissima che gli feci alla prima lettura del testo che sarebbe divenuto il Protocollo del 23 luglio 2007, la segnalazione degli “aggiustamenti dell’ultim’ora” (mandante Confindustria) rispetto al lavoro “concertato” con gli sherpa (tra cui il sottoscritto) nelle settimane e giorni precedenti.

Lui era in auto con Fulvio Fammoni e Morena Piccinini, di ritorno da Palazzo Chigi, ascoltò le mie frasi smozzicate e partì quella lunga notte da cui scaturì la lettera con cui la Cgil chiedeva di firmare “a sezioni e per presa d’atto” un testo che pure avevamo contribuito a scrivere, e che in larga misura andava nella direzione che volevamo. La prova di autonomia forse più difficile, ma fatta vivere dall’organizzazione con il misto di fermezza e duttilità che è forse il tratto più peculiare di Guglielmo segretario generale.

Rigore nell’analisi, capacità d’ascolto, tensione unitaria, empatia: queste qualità sono state decisive per fare di Guglielmo un leader rispettato ed amato. Certamente ha contato il carattere, la gentilezza che tutti hanno notato: ma conta anche – forse soprattutto – la consapevolezza che senza quelle qualità non si dirige un’organizzazione grande “e” confederale.

Lo ricordò lui stesso celebrando il centenario della fondazione della Cgil nel 2006 a Milano, con parole che giustamente hanno ripreso sia Susanna Camusso che Maurizio Landini nei loro ricordi di Guglielmo. Posso solo aggiungere “che è la Cgil a imporre” queste caratteristiche: solo tenendo insieme apertura intellettuale e tensione verso la sintesi si può dirigere un’organizzazione plurale per definizione, qual è un sindacato confederale.

Vorrei citare due fatti: la scelta di costruire la candidatura di Susanna Camusso per la segreteria generale, condotta con determinazione ma curando che avvenisse con un grado di sostanziale unità interna; e il convinto sostegno alla crescita e al rafforzamento di Nidil, perché un’organizzazione non può restare grande se non presidia tutti i fronti del cambiamento e non dà rappresentanza a tutte le forme di lavoro, a partire da quelle più fragili e precarie.

La Cgil è una scuola severa, ma riempie la vita e dona affetto verso chi le ha voluto bene: e noi dobbiamo essere grati a Guglielmo che ce lo ha ricordato tutti i giorni. l

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